Il latte può dirci se una bovina è gravida? Le PAGs tra diagnosi e gestione della mandria

Le glicoproteine associate alla gravidanza rilevate nel latte possono offrire nuove opportunità per il controllo riproduttivo delle bovine. Ma quanto è affidabile questo strumento, quali fattori possono influenzarne l’interpretazione e come devono essere gestiti i risultati incerti?

17 Luglio, 2026

IN BREVE

La ricerca delle glicoproteine associate alla gravidanza nel latte può rendere il controllo riproduttivo più semplice, precoce e meno invasivo. Uno studio condotto su 2.460 bovine conferma la capacità del test di distinguere gli animali gravidi dai non gravidi, ma richiama l’attenzione sui risultati “recheck” e sulla necessità di non rinunciare alla conferma clinica.

Una piccola quantità di latte, raccolta durante la normale mungitura, può fornire informazioni utili sullo stato riproduttivo di una bovina. Non serve effettuare un prelievo di sangue, non sono necessarie manipolazioni aggiuntive dell’animale e il campionamento può essere integrato nelle attività già svolte durante i controlli funzionali. È questa la principale forza dei test basati sulle Pregnancy-Associated Glycoproteins, più comunemente indicate come PAGs.

Ma che cosa misurano realmente? Quanto sono affidabili? E soprattutto, come dovrebbe essere gestita una bovina quando il risultato non è chiaramente positivo o negativo, ma ricade nella categoria “recheck”?

Uno studio retrospettivo condotto su 2.460 vacche da latte ha cercato di rispondere a queste domande valutando alcuni dei principali fattori che possono influenzare la concentrazione delle PAGs nel latte.

I risultati confermano il valore del test come strumento di screening, ma mostrano anche perché il dato di laboratorio debba sempre essere interpretato all’interno di un programma più ampio di gestione riproduttiva.

La gravidanza lascia una traccia nel latte

La diagnosi precoce di gravidanza è uno dei passaggi fondamentali per migliorare l’efficienza riproduttiva delle mandrie da latte. Individuare rapidamente gli animali non gravidi consente di programmare una nuova valutazione, intervenire sulle possibili cause di infertilità e ridurre i giorni improduttivi. Il ritardo nell’identificazione di una bovina vuota può invece determinare un aumento dei giorni aperti e dell’intervallo tra i parti, con conseguenze economiche rilevanti per l’allevamento.

La palpazione transrettale e l’ecografia restano gli strumenti clinici di riferimento. L’ecografia, in particolare, permette non soltanto di identificare la gravidanza, ma anche di verificare la presenza e la vitalità dell’embrione, valutando direttamente l’apparato riproduttore.

Accanto a queste metodiche si sono però sviluppati test basati su specifici biomarcatori della gestazione, utilizzabili nel sangue o nel latte. Le PAGs sono glicoproteine prodotte dalle cellule del trofoblasto, il tessuto embrionale coinvolto nella formazione della placenta. Dopo essere state secrete, raggiungono il circolo sanguigno materno e possono essere rilevate anche nel latte. La loro presenza rappresenta quindi un segnale biologico dell’attività placentare e, indirettamente, della gravidanza.

La funzione e l’andamento di queste molecole durante la gestazione sono stati ampiamente studiati, anche se non tutte le dinamiche fisiologiche sono ancora completamente chiarite (Wallace et al., 2015; Barbato et al., 2022).

Le PAGs possono essere individuate nel sangue già nelle prime settimane successive all’inseminazione, ma una maggiore affidabilità diagnostica si raggiunge generalmente intorno al 28° giorno. Anche il latte può essere utilizzato da questa fase in poi, con il vantaggio di rendere il campionamento più semplice e meno invasivo. Studi precedenti hanno mostrato come il test possa essere inserito efficacemente nei programmi di controllo riproduttivo aziendale, pur senza sostituire completamente la visita clinica (LeBlanc, 2013; Ricci et al., 2015).

Uno studio costruito sui dati reali degli allevamenti

La ricerca è stata realizzata utilizzando le informazioni contenute nel database nazionale Livestock Environmental Opendata. Il dataset iniziale comprendeva 3.000 bovine provenienti da 14 allevamenti e sottoposte alla determinazione delle PAGs nel latte tra gennaio 2022 e aprile 2024.

Dopo avere escluso le bovine meticce, gli animali appartenenti a razze diverse da Frisona e Bruna, le gravidanze gemellari e i soggetti con informazioni mancanti, il campione finale era composto da 2.460 vacche da latte, delle quali 1.386 Frisone e 1.074 Brune. Per ciascuna bovina erano disponibili dati relativi alla razza, all’età, al numero di lattazioni, alla data dell’ultima inseminazione, ai giorni di lattazione, alla composizione del latte, al risultato del test e all’eventuale parto successivamente registrato.

Il test ELISA classificava gli animali in tre categorie. Le bovine con valori superiori alla soglia stabilita dal produttore erano indicate come “pregnant”, quelle con concentrazioni molto basse come “not pregnant”, mentre i valori intermedi determinavano la classificazione “recheck”. Nel database finale, 1.750 bovine risultavano gravide, 568 non gravide e 142 appartenevano alla categoria recheck.

L’elemento particolarmente interessante dello studio è l’impiego di dati raccolti durante la normale attività aziendale. Non si tratta quindi di una prova sperimentale condotta in condizioni altamente controllate, ma di una fotografia dell’utilizzo del test nella realtà operativa degli allevamenti.

La numerosità del campione ha inoltre permesso di esaminare con maggiore solidità gli effetti della razza, dell’età gestazionale, del numero di parti, dei giorni di lattazione e della composizione del latte.

Il test distingue bene le bovine gravide dalle non gravide

Le concentrazioni di PAGs mostravano una separazione molto netta tra le tre categorie diagnostiche. Nelle bovine classificate come non gravide i valori erano prossimi allo zero, nei soggetti recheck risultavano intermedi, mentre negli animali gravidi erano decisamente più elevati.

Considerando l’intera popolazione, il valore medio espresso come S-N era pari a 0,015 nelle bovine non gravide, 0,167 nei soggetti recheck e 1,455 negli animali classificati come gravidi. Questa distanza tra i gruppi è uno degli aspetti più importanti del lavoro, perché indica che le variazioni individuali non compromettono, nella maggior parte dei casi, la capacità del test di separare un risultato positivo da uno negativo.

La distinzione rimaneva evidente anche analizzando separatamente Brune e Frisone. Le Brune gravide presentavano tuttavia concentrazioni medie più elevate rispetto alle Frisone: 1,75 contro 1,23.

Le ragioni di questa differenza non possono essere definite sulla base dei dati disponibili, ma potrebbero essere associate a caratteristiche razziali della placenta, alla sua attività endocrina o al trasferimento delle PAGs dal sangue al latte. Differenze nella fisiologia, nell’adattamento metabolico e nella funzione placentare tra le razze bovine sono già state ipotizzate in letteratura.

Il risultato non implica che debbano necessariamente essere utilizzate soglie diagnostiche differenti, perché la separazione tra le categorie rimaneva chiara. Suggerisce però che il valore quantitativo delle PAGs non dovrebbe essere interpretato isolatamente, senza considerare le caratteristiche dell’animale.

Essere positivi oggi non significa necessariamente arrivare al parto

Il risultato probabilmente più immediato dal punto di vista gestionale riguarda l’esito delle gravidanze. Tra le bovine classificate come gravide, l’88% ha successivamente partorito, mentre per il restante 12% non è stato registrato un parto.

La percentuale di animali che non ha completato la gravidanza era più elevata quando il test veniva effettuato nelle fasi iniziali. Non ha partorito il 13% delle bovine controllate prima dei 60 giorni dall’inseminazione e il 15% di quelle esaminate tra 61 e 90 giorni. La percentuale scendeva al 6% tra 91 e 120 giorni e al 3% quando la diagnosi veniva effettuata dopo i 120 giorni.

Questi numeri non devono essere interpretati come una percentuale diretta di falsi positivi. Lo studio era retrospettivo e non prevedeva un controllo ecografico contestuale al campionamento. Non è quindi possibile sapere se la gravidanza fosse vitale al momento del test, se si sia verificata successivamente una mortalità embrionale o fetale, oppure se la bovina sia stata riformata prima del parto.

La perdita della gravidanza nelle prime fasi è un fenomeno conosciuto nella bovina da latte e può verificarsi anche dopo una diagnosi inizialmente positiva (Wiltbank et al., 2016).

Inoltre, la concentrazione delle PAGs non si azzera immediatamente dopo la morte embrionale o l’aborto. Per un certo periodo, queste glicoproteine possono continuare a essere rilevate nel sangue e nel latte, producendo un risultato positivo anche quando la gravidanza non è più vitale.

Il test informa quindi sulla presenza delle PAGs nel momento del campionamento, ma non permette di visualizzare direttamente l’embrione e non può confermarne il battito cardiaco. Per questa ragione, una bovina positiva non dovrebbe essere automaticamente esclusa da ogni successivo controllo riproduttivo. Il dato di laboratorio deve essere seguito, nei tempi previsti dal protocollo aziendale, da una conferma clinica.

Esiti delle gravidanze delle vacche classificate come gravide in base ai test PAG.

Il “recheck” non è un risultato da lasciare in sospeso

Ancora più interessante è quanto osservato nelle 142 bovine classificate come recheck: nessuna di esse ha avuto un parto successivamente registrato. La categoria recheck viene spesso percepita come una semplice zona di incertezza analitica, collocata tra un risultato positivo e uno negativo.

I dati suggeriscono invece che, almeno in una parte degli animali, il valore intermedio possa riflettere una situazione biologica in evoluzione. In seguito a una perdita embrionale o a un aborto, le concentrazioni di PAGs diminuiscono progressivamente. Prima di diventare negative possono quindi attraversare la fascia prevista per il recheck.

I risultati intermedi potrebbero pertanto individuare bovine nelle quali la gravidanza si è interrotta recentemente e le PAGs sono ancora presenti, ma in diminuzione. Un andamento di questo tipo è compatibile con quanto riportato in precedenza sulla relazione tra PAGs e perdita di gravidanza (Ask-Gullstrand et al., 2023).

Anche in questo caso è necessaria prudenza. L’assenza del parto non dimostra che tutte le bovine recheck avessero già subito una mortalità embrionale al momento del test. Il database non riportava informazioni sufficientemente dettagliate su aborti, riassorbimenti embrionali e riforma degli animali.

Tuttavia, dal punto di vista operativo, il risultato è molto chiaro: una bovina classificata come recheck dovrebbe diventare una priorità per il controllo veterinario, non essere semplicemente lasciata in attesa del successivo intervento di routine.

Una verifica ecografica o la ripetizione tempestiva del test può consentire di individuare prima una gravidanza non evolutiva o una bovina già non gravida, riducendo il tempo necessario per assumere una nuova decisione riproduttiva.

Le PAGs non rimangono costanti durante la gestazione

La concentrazione delle PAGs variava significativamente in relazione ai giorni trascorsi dall’inseminazione. L’andamento non era però lineare. Nell’intera popolazione, i valori diminuivano passando dalla fase precedente ai 60 giorni all’intervallo compreso tra 61 e 90 giorni, per poi aumentare nelle fasi successive.

Il risultato è coerente con la dinamica fisiologica descritta da Ricci et al. (2015), che hanno osservato un primo picco delle PAGs nel latte durante la gravidanza iniziale, seguito da una fase di riduzione e da una successiva risalita. Questo andamento riflette probabilmente le modificazioni dell’attività trofoblastica e dello sviluppo placentare.

Anche la razza influenzava la curva. Nelle Frisone si osservava una riduzione iniziale seguita da un incremento progressivo, mentre nelle Brune le concentrazioni rimanevano più stabili nei primi 90 giorni e aumentavano soprattutto nelle fasi successive.

Il numero di parti esercitava un effetto più contenuto. Nel complesso, le bovine pluripare presentavano valori leggermente superiori rispetto alle primipare, con una differenza statisticamente significativa soprattutto nelle Brune.

L’effetto dei giorni di lattazione era invece limitato: dividendo gli animali tra bovine entro e oltre 180 giorni di lattazione non emergevano differenze importanti. Questo significa che, nell’interpretazione del risultato, lo stadio della gravidanza sembra essere molto più rilevante rispetto alla fase della lattazione.

La composizione del latte modifica il risultato?

Sono state analizzate anche le relazioni tra PAGs e alcuni parametri del latte, tra cui grasso, proteina, caseina, urea, pH e cellule somatiche. Le associazioni osservate erano generalmente deboli.

Nell’intera popolazione, le PAGs mostravano correlazioni positive con proteina, caseina, urea e pH, ma i coefficienti erano modesti. È quindi improbabile che queste caratteristiche del latte compromettano in maniera sostanziale la capacità diagnostica del test.

Le relazioni potrebbero essere prevalentemente indirette. Con l’avanzare della gestazione cambiano infatti sia l’attività placentare sia la produzione e la composizione del latte. L’associazione statistica tra due parametri non implica necessariamente che uno influenzi direttamente l’altro.

In altri termini, l’aumento delle PAGs e le variazioni di proteina, caseina o urea potrebbero riflettere processi fisiologici paralleli legati alla progressione della lattazione e della gravidanza.

Mappe di correlazione tra i PAG (S–N) e i principali parametri fisico-chimici del latte (grassi, proteine, urea, pH, caseina e SCS). Ogni cella mostra il coefficiente di correlazione e il relativo livello di significatività statistica (p-value).

Dal risultato di laboratorio alla decisione in allevamento

Il valore principale delle PAGs nel latte non consiste nel sostituire l’ecografia o la palpazione transrettale, ma nel rendere più efficiente l’organizzazione dei controlli. Il test può essere utilizzato come un primo filtro.

Le bovine classificate come non gravide possono essere rapidamente indirizzate alla valutazione dell’apparato riproduttore e alla programmazione della successiva inseminazione. Gli animali recheck devono essere segnalati per un controllo prioritario, considerando il possibile rischio che il valore intermedio rappresenti una gravidanza interrotta. Le bovine positive possono invece proseguire nel programma di monitoraggio, prevedendo comunque una conferma successiva, soprattutto quando il test è stato eseguito precocemente.

In un allevamento di grandi dimensioni, questa selezione preliminare può aiutare il veterinario a concentrare gli esami clinici sugli animali che richiedono maggiore attenzione. Il campione di latte può essere raccolto senza interrompere la routine aziendale, il metodo è relativamente economico e non richiede ripetute manipolazioni dell’animale.

Gli stessi autori sottolineano che l’impiego delle PAGs potrebbe ottimizzare il tempo dedicato al controllo riproduttivo, indirizzando prioritariamente la visita verso le bovine non gravide e recheck.

Un aiuto prezioso, non una risposta definitiva

Lo studio conferma che la determinazione delle PAGs nel latte è uno strumento utile e applicabile nelle condizioni reali degli allevamenti da latte. La distinzione tra bovine gravide, non gravide e recheck è risultata netta e la grande numerosità del campione rafforza la solidità dei risultati.

La concentrazione delle PAGs è però influenzata dalla razza, dallo stadio della gestazione e, in misura più limitata, dal numero di parti. Inoltre, un risultato positivo non fornisce informazioni dirette sulla vitalità dell’embrione e non garantisce che la gravidanza arrivi al parto.

Il messaggio più importante è quindi quello dell’integrazione. Il latte può offrire una prima informazione in maniera semplice, precoce e poco invasiva. Spetta poi al veterinario interpretarla insieme alla storia riproduttiva della bovina, ai dati aziendali e all’esame clinico.

In questa prospettiva, le PAGs non riducono il ruolo del controllo veterinario. Al contrario, possono renderlo più tempestivo e mirato, trasformando un dato ottenuto durante la mungitura in uno strumento concreto per migliorare l’efficienza riproduttiva della mandria.

 

La presente nota è una sintesi del seguente articolo scientifico: Bramante, G., Forte, L., Andriulo, O. M., Carbonari, A., Maggiolino, A., De Palo, P., D’Onghia, A., Dahl, G. E., Cicirelli, V., & Rizzo, A. (2026). Pregnancy diagnosis based on pregnancy-associated glycoproteins detection in dairy cow milk: Factors influencing measurement. Veterinary and Animal Science, 32, 100672.

Autore

Lucrezia Forte sotto la supervisione del Gruppo editoriale ASPA – Giuseppe Conte, Alberto Stanislao Atzori, Fabio Correddu, Luca Cattaneo, Gabriele Rocchetti, Antonio Natalello, Sara Pegolo, Aristide Maggiolino, Antonella Della Malva, Giulia Gislon, Manuel Scerra.

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