Semina su sodo: i risultati dei fratelli Murgia e del progetto InBestSoil
Un caso studio che evidenzia gli effetti della semina diretta sulla fertilità del suolo, sull'organizzazione aziendale e sulla sostenibilità economica dell'intero allevamento

Piergiorgio Murgia è titolare dell’azienda di famiglia insieme al fratello Andrea. Rimasti orfani in giovane età – Piergiorgio aveva 15 anni – hanno scelto di proseguire l’attività ereditata dal padre. Dapprima orientati alla linea vacca-vitello, a fine anni Settanta, grazie anche alla formazione maturata presso l’Istituto Agrario di Cagliari, Piergiorgio punta sull’allevamento intensivo di bovini da latte, dando vita a quella che oggi è una realtà fondata sull’innovazione tecnologica. Da alcuni anni lavorano in azienda anche Mattia, il figlio di Piergiorgio, e Davide, il figlio di Andrea.
Partiti con cinque vacche Frisone, oggi l’azienda conta mediamente circa 200 capi in lattazione e rappresenta una delle realtà più efficienti della Sardegna, con una produzione media superiore a 120 quintali di latte per lattazione. Nel 2023 è risultata tra le aziende con le migliori performance produttive regionali.

L’azienda si estende su circa 64 ettari, di cui circa 40 irrigui, con impianto fisso. Le colture foraggere sono destinate all’alimentazione dei capi allevati. Da circa 13 anni si utilizza il crossbreeding per contrastare i problemi di consanguineità della razza Frisona. Gli incroci vengono effettuati principalmente con Rossa Svedese e Montbéliarde. Attualmente circa il 30% della mandria è in purezza, mentre il resto deriva da programmi di incrocio, al fine di migliorare la fertilità, le difese immunitarie e la reattività, mantenendo al contempo elevate produzioni di latte.

Da sempre impegnati nella ricerca di soluzioni innovative per migliorare l’attività, qualche anno fa i fratelli Murgia hanno aderito al progetto InBestSoil, che vi avevamo presentato nell’articolo “InBestSoil: quanto vale (economicamente) un terreno sano“.
Oggi ripercorriamo con Piegriorgio le tappe principali di questo percorso per fare un primo bilancio dei risultati conseguiti.
Com’è iniziata l’esperienza con la semina su sodo?
L’interesse per la semina su sodo nasce nel 2007, quando un allevatore di Arborea portò una seminatrice da sodo per effettuare una prova di coltivazione di mais. Non si evidenziarono differenze produttive significative. Successivamente Piergiorgio visitò un agricoltore di Santadi, Don Antonio, già esperto in questa tecnica, dal quale ricevette ulteriori indicazioni pratiche.
Convinto dai risultati osservati, acquistò una seminatrice da sodo di origine brasiliana, la Semeato TDNG 300 per cereali e, l’anno successivo, una seconda macchina specifica per la semina su sodo del mais. Così, a partire dal 2008, tutta la superficie aziendale viene gestita in semina diretta, senza più effettuare lavorazioni.

Prima dell’introduzione del sodo, l’avvicendamento colturale era basato principalmente su due colture: loietto e mais. Il loietto veniva utilizzato sia come foraggio secco sia come insilato. Erano state sperimentate in precedenza diverse colture autunno-vernine, tra cui triticale e orzo, ma con risultati ritenuti insoddisfacenti a causa della ridotta finestra di raccolta e dei conseguenti problemi di qualità degli insilati ottenuti.
Da circa sei anni l’azienda utilizza con successo il frumento tenero da trinciato della varietà Ludwig come coltura autunnale-primaverile. Questa varietà presenta uno sviluppo invernale contenuto, riduce il rischio di allettamento e consente una gestione più efficiente del liquame aziendale distribuito in copertura tra fine febbraio e marzo. Grazie a questa organizzazione è possibile anticipare la semina del mais intorno al 20 maggio, migliorando la programmazione delle operazioni colturali aziendali.

La decisione di aderire al progetto InBestSoil
Da sempre interessato all’innovazione e alla crescita professionale, l’adesione al progetto ha rappresentato per lui un’opportunità di confronto con ricercatori e tecnici e una possibilità di migliorare ulteriormente la gestione aziendale e trasferire alle nuove generazioni, compreso suo figlio Mattia, competenze innovative. Il confronto con il mondo della ricerca rappresenta, infatti, una fonte continua di stimolo e aggiornamento, secondo Piergiorgio, e progetti come InBestSoil consentono di collegare la pratica aziendale alle evidenze scientifiche attraverso analisi del suolo, misurazioni e monitoraggi che possono aiutare a comprendere meglio gli effetti delle pratiche adottate, specialmente nel lungo periodo.

L’azienda di Piergiorgio è stata coinvolta nel progetto proprio come un esempio virtuoso di applicazione di queste tecniche nel lungo periodo e quindi come “lighthouse” per le altre aziende del territorio che possono confrontarsi e beneficiare dall’esperienza di chi queste tecniche le applica da anni.
Quali cambiamenti gestionali e organizzativi sono stati affrontati?
Il principale investimento è stato l’acquisto di due seminatrici da sodo, finanziate al 50% attraverso misure di sostegno regionale (PSR), tra il 2008 e il 2009. È stata inoltre rinnovata l’attrezzatura per i trattamenti erbicidi con una macchina irroratrice più moderna.
Il cambiamento più importante, tuttavia, non è stato solo quello tecnico ma quello mentale. La fase iniziale è stata caratterizzata da incertezza e paura di sbagliare; un periodo di apprendimento continuo, senza una vera assistenza tecnica strutturata, seguendo principalmente le indicazioni del costruttore della seminatrice e confrontandosi con altri agricoltori pionieri della tecnica, allora ancora poco diffusa. Lo sforzo di quegli anni però ha dato i suoi frutti poiché, nel tempo, la gestione aziendale si è notevolmente semplificata, riducendo tempi di lavoro per le operazioni colturali e consumi di carburante.

Quali pratiche vengono applicate concretamente in azienda?
La semina su sodo viene applicata a tutte le colture aziendali. Nel corso degli anni le strategie di gestione sono state progressivamente adattate: inizialmente si attendeva l’emergenza delle infestanti per effettuare il diserbo prima della semina, oggi, invece, è effettuata immediatamente dopo le piogge favorevoli, sfruttando al massimo le finestre operative.
Anche la gestione degli erbicidi è cambiata: i volumi di distribuzione sono passati da circa 250 litri per ettaro a circa 50 litri, mentre le dosi di glyphosate sono state ridotte a circa 2 litri per ettaro. Inoltre, il trattamento non viene più effettuato ogni anno: nel 2025 è stato utilizzato dopo tre anni consecutivi senza applicazioni. Per il mais viene utilizzata una strategia di diserbo che prevede anche interventi in pre-emergenza, ritenuti più efficaci rispetto alla sola post-emergenza adottata in passato. La fertilizzazione organica si basa principalmente sulla distribuzione di liquame bovino, con apporti medi che non superano i 60 m³ per ettaro.
Benefici o cambiamenti sul suolo, sulle produzioni o sul benessere animale
Secondo l’allevatore, i benefici più evidenti riguardano il suolo e l’organizzazione del lavoro. Nel tempo il terreno è diventato più strutturato e soffice negli strati superficiali. Le osservazioni effettuate tramite profili e stratigrafie mostrano una migliore organizzazione del suolo, una buona presenza di radici e l’assenza di fenomeni evidenti di compattamento.
Un vantaggio particolarmente apprezzato è la maggiore accessibilità dei campi. Oggi è possibile entrare per effettuare concimazioni e altre operazioni anche in condizioni che in passato avrebbero impedito il passaggio delle macchine. Dal punto di vista produttivo, i miglioramenti risultano particolarmente evidenti nelle superfici non irrigue, dove le colture sembrano sopportare meglio gli stress idrici grazie alle migliori condizioni del terreno.
Inoltre, ci sono importanti risparmi economici legati alla riduzione delle lavorazioni, dei consumi di carburante, dell’usura degli pneumatici e delle ore di lavoro. Ad esempio, quest’anno, la semina di 24 ettari di mais ha richiesto meno di 40 litri di gasolio complessivi.

Quali sono state le principali difficoltà incontrate?
La difficoltà principale non è stata tecnica ma psicologica, ed è stata rappresentata dall’insicurezza iniziale e dalla paura di sbagliare.
Ritiene che queste pratiche possano essere replicate facilmente anche in altre aziende zootecniche?
Piergiorgio ritiene che la semina su sodo sia ampiamente replicabile nelle aziende zootecniche della Sardegna. Anzi, una maggiore diffusione della pratica favorirebbe ulteriori opportunità di confronto e apprendimento reciproco tra agricoltori. A suo avviso, molti agricoltori sono fortemente legati alle pratiche tradizionali e mostrano diffidenza verso i cambiamenti o, forse, come lui in passato, temono il rischio dell’insuccesso. Spesso chi adotta tecniche innovative viene considerato con scetticismo dagli altri operatori del settore. L’esperienza maturata nel tempo gli ha però confermato che la semina su sodo richiede soprattutto perseveranza e disponibilità a imparare da errori e adattamenti progressivi. Il successo dipende soprattutto dalla determinazione dell’imprenditore e dalla capacità di non abbandonare il percorso alle prime difficoltà, in quanto i risultati non sono immediati ma arrivano nel medio periodo. Nel suo caso ha sicuramente contribuito anche lo scambio con altre realtà a livello mondiale che ha potuto vedere durante viaggi effettuati in America e in Australia.

Che messaggio si sente di dare ad altri allevatori interessati a percorsi di innovazione e sostenibilità?
«Il messaggio principale è quello di avere coraggio e non rimanere ancorati esclusivamente alle pratiche tramandate dalle generazioni precedenti».
Innovare significa mettersi in discussione, sperimentare e accettare possibili errori. La semina su sodo rappresenta un cambiamento epocale, capace di generare benefici economici, agronomici e ambientali attraverso la riduzione dei consumi di carburante, delle lavorazioni e delle emissioni associate.
È necessario però, sottolinea Piergiorgio, che gli allevatori abbiano un’assistenza tecnica più presente e continuativa al loro fianco, ed è per questo che ha aderito convintamente e volontariamente al progetto InBestSoil. Ritiene queste iniziative fondamentali per avere, attraverso monitoraggi sullo stato del suolo, sulla qualità dell’acqua e sui residui nei prodotti agricoli, dei dati scientifici affidabili a supporto delle valutazioni. Diffondere questi risultati è fondamentale per superare false convinzioni e dimostrare l’efficacia di queste tecniche.



















































































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