Gli abitanti del suolo a sostegno degli agricoltori: ecco a voi il progetto BIOservicES
Un progetto Horizon Europe studia come tutelare la salute del terreno e la varietà dei suoi abitanti. L'obiettivo è garantire un numero maggiore di servizi ecosistemici e fornire unità di carbonio certificate e trasparenti tramite il carbon farming

Sappiamo ormai con assoluta certezza che la salute dell’ambiente influisce strettamente sulla salute dell’agricoltura e del territorio, supportando la produzione per agricoltori e operatori e fornendo un numero tutt’altro che esiguo di servizi ecosistemici, fenomeni naturali di cui l’essere umano trae beneficio. Migliorare la struttura del suolo, assorbire e fornire acqua, proteggere dall’erosione di agenti atmosferici, produrre biomassa e nutrienti per noi e gli animali, mitigare le emissioni di gas serra sono solo alcuni degli esempi dei servizi che la natura offre. Alcune di queste funzioni ci sono ancora precluse nella conoscenza: fenomeni che spesso si verificano, per distanza e dimensioni, lontani dai nostri occhi, così abituati, per loro natura, a scorgere il macro nel suo fenotipo e poco il micro nella sua completezza.
Tra questi meccanismi, di cui veniamo a conoscenza molto lentamente e sempre più grazie a nuovi strumenti tecnologici, vi sono quelli che coinvolgono il suolo. Qui lombrichi, funghi e innumerevoli microrganismi si esercitano quotidianamente nel gioco della vita. Studiare il suolo è tra i modi più efficaci per conoscere e migliorare il rapporto che abbiamo con la natura, con la produzione alimentare, con l’assorbimento e lo stoccaggio del carbonio, ma soprattutto con un supporto che troppo spesso diamo per scontato.

Non a caso, il tema del suolo e la comprensione della sua natura stanno riscuotendo sempre più successo negli ultimi anni, sia nella ricerca, sia nell’opinione pubblica. La sua capacità innata, squisitamente chimica, di assorbire, stoccare e imprigionare il carbonio ci risulta preziosa in un periodo storico in cui le nostre emissioni di gas serra stanno inesorabilmente aumentando, causando effetti tangibili sulla salute climatica e portando a una vera e propria crisi di cui agricoltori e allevatori si rendono conto per primi sulla propria pelle e sulle proprie finanze.
Per scoprire questo mondo sotto il mondo abbiamo quindi deciso di intervistare Chiara De Notaris, Scientist del CMCC (Centro Euromediterraneo sui cambiamenti climatici), tra gli enti che partecipano al partenariato BIOservicES, progetto Horizon Europe.
In cosa consiste il progetto BIOservicES, da quali partner e collaboratori è composto e quali obiettivi si prefigge?
“BIOservicES è un progetto Horizon Europe, composto da 22 partner provenienti da 11 paesi europei e da altri paesi associati (tra cui la Svizzera e l’Inghilterra), della durata di 5 anni. Attualmente siamo a metà della sua vita, la fine prevista è agosto 2028. Il partenariato è un mix di università, aziende private, ONG e centri di ricerca, coordinato dall’Università Politecnica di Cartagena. Tra gli enti italiani partecipano l’Università della Tuscia, il CMCC e il Crea. L’obiettivo primario di BIOservicES è gettare luce sui rapporti tra micro e macrofauna del suolo e sui processi alla base del continuo rifornimento di servizi ecosistemici, tra cui il sequestro di carbonio.”
Il progetto BIOservicES parte dal presupposto che un suolo sano sia necessario per garantire servizi ecosistemici. In che modo una maggiore comprensione della biodiversità del suolo può migliorare il sequestro del carbonio?

“Partirei dicendo che la nostra comprensione della materia organica del suolo è cambiata negli ultimi decenni rispetto alla conoscenza storica. Sappiamo che il metabolismo microbico è fondamentale per stabilizzare la sostanza organica. Parte della materia organica del suolo è composta da frammenti di residui vegetali non ancora del tutto decomposti, chiamati particulate organic matter (POM), in cui la sostanza organica del suolo è ancora distinguibile. Poi c’è la sostanza organica più decomposta, che di solito si trova associata ai minerali del suolo, come argille e limi. Sono chiamate mineral-associated organic matter: molecole più piccole e più stabili, perché sono già state digerite dai microbi.”
Uno degli obiettivi più ambiziosi del progetto è individuare gli organismi chiave responsabili del sequestro e della conservazione del carbonio organico. Quali sono le “sinergie” biologiche che state monitorando?
“Abbiamo diversi attori in gioco. Oltre ai microrganismi che concorrono alla creazione di materia organica, c’è la macrofauna, come i lombrichi, i millepiedi e gli isopodi, che fungono da “ingegneri”, frammentano la lettiera e strutturano il suolo. Abbiamo i funghi che, con le loro ife, agiscono come “colla” per modellare aggregati che proteggono la materia organica. Potremmo dire che i microrganismi digeriscono, mentre la macrofauna e i funghi proteggono, definendo come la materia organica viene decomposta nel suolo, come viene stabilizzata e quindi per quanto tempo possiamo mantenere quel carbonio.”
Come funziona il carbon farming?
“Per rispondere a questa domanda, dobbiamo fare un passo indietro. Nel contesto della Carbon Removals and Carbon Farming (CRCF) Regulation, ci sono i “permanent carbon removals”, che catturano l’anidride carbonica dall’atmosfera e l’immagazzinano in modo duraturo, come filtri chimici o grandi ventilatori che pompano la CO2 prelevata dall’aria in profondità sottoterra, e il carbon farming, un insieme di pratiche agricole che possono aumentare il sequestro e il mantenimento del carbonio nel suolo. Quest’ultimo, il carbon farming, è ciò di cui ci occupiamo. Quando si parla di permanent carbon removal, siamo nell’ordine delle centinaia d’anni, mentre per il carbon farming, si parla di decenni. È importante distinguere il carbon farming dal sistema ETS (Emissions Trading System) dell’Unione Europea. Il carbon farming genera crediti di carbonio che possono essere scambiati sui mercati volontari del carbonio, dove aziende e altri soggetti li acquistano per compensare le proprie emissioni. Questi crediti non fanno invece parte dell’ETS, il sistema obbligatorio di scambio di quote di emissione a cui sono soggetti settori come quello energetico e industriale pesante. Si tratta quindi di due mercati diversi: da un lato l’ETS, un mercato di conformità regolamentato con quote di emissione obbligatorie; dall’altro il mercato volontario dei crediti di carbonio, a cui il carbon farming contribuisce come fonte di offset. Si tratta di un settore in continua evoluzione: l’ultima notizia al riguardo è che il 10 luglio 2026 è stato adottato il testo del secondo Atto Delegato sul CRCF, che definisce le prime metodologie europee per il carbon farming.”
In tutto questo, cosa può fare l’agricoltore per facilitare l’assorbimento e lo stoccaggio del carbonio?
“L’agricoltore ha un compito importantissimo. Ad esempio, è fondamentale ridurre il disturbo e le lavorazioni eccessive del terreno, che uccidono la macrofauna, come lombrichi e isopodi, e distruggono i funghi. Al contempo, è necessario aumentare la diversità vegetale. Più specie vegetali rilasciano composti diversi che nutrono comunità microbiche diverse. Un esempio classico sono le leguminose, che vivono in consociazione con il batterio Rhizobium, che colonizza le loro radici e garantisce l’azotofissazione. Ecco, se non hai il legume, quella comunità microbica non ce l’hai e non hai neanche la funzione. Come questi fenomeni, ve ne sono molti altri. Inoltre, è essenziale fornire “cibo” tramite l’input di materia organica (residui, compost, letame) e mantenere il suolo sempre coperto con colture di copertura per evitare l’erosione e la perdita di carbonio nel tempo. Quando la materia organica non è associata ai minerali, è più suscettibile alle lavorazioni del terreno e il carbonio si perde più facilmente. Perciò, nel momento in cui un agricoltore interrompesse la sua pratica di gestione positiva del terreno, che serve a preservare o aumentare il carbonio nel suolo, è probabile che quel carbonio accumulato venga perso. Capire la durata e la persistenza del carbonio serve affinché il carbonio sequestrato oggi non venga rilasciato tra 10 anni.”
Come funziona la generazione di unità di carbonio?

“La certificazione si basa sulla differenza tra una ‘baseline’, una sorta di gruppo di controllo (cosa accadrebbe se l’agricoltore non facesse niente), e il risultato ottenuto nello stesso lasso di tempo, portando avanti la pratica positiva (solitamente 5-10 anni). Il valore che emerge da questa sottrazione rappresenta il bene disponibile, che può poi essere convertito in unità di carbonio. In questa pratica manca ancora una variabile, e questo è un po’ il punto del nostro lavoro: calcolare la biodiversità e, quindi, dove e come è contenuto il carbonio, se come POM, più suscettibile a perdite nei tempi brevi, o mineral-associated organic matter, più stabile e duraturo. Questa distinzione richiede analisi più complesse, ma avere informazioni sulla biologia del suolo può darci un’idea di cosa succede effettivamente a quel carbonio, cioè di quanto possiamo aspettarci che sia stabile nel tempo.”
Come si quantifica il carbonio stoccato tramite il carbon farming?

“Ci sono vari approcci: misurazioni dirette (measure and remeasure), modelli predittivi o un mix di entrambi. Più aumenta l’incertezza dei dati, meno il credito vale. L’agricoltore genera queste carbon units e le vende ad aziende interessate a sostenere attività di mitigazione. Il punto è che deve valerne la pena per l’agricoltore, perché si tratta comunque di una spesa aggiuntiva, e ogni audit per calcolare quante carbon units ho generato ha un costo. Per questo motivo, il progetto BIOservicES punta a integrare la biodiversità del suolo come “co-benefit” per aumentare il valore economico delle unità.”
C’è rischio di greenwashing?
“Il sistema europeo è un framework di certificazione volontaria per il carbon farming, in cui il rischio di greenwashing c’è ma forse è limitato. Stiamo parlando di claim per prodotti che vogliono distinguersi per azioni positive a favore del suolo.”
Le ricerche del progetto BIOservicES coprono varie tipologie di uso del suolo, dai pascoli forestali alpini alle zone aride mediterranee. C’è qualche primo risultato?

“Monitoriamo sette tipi di uso del suolo (urbano, industriale, forestale, agricolo, seminaturale, zone umide e siti estrattivi) in cinque regioni biogeografiche, per un totale di 25 siti in tutta Europa. Dai primi campionamenti del 2024 emerge un’elevata variabilità. Un dato curioso è che talvolta fenomeni dannosi per l’ambiente possono corrispondere a una maggiore diversità di piante e animali, quindi avere tante specie non significa necessariamente un suolo più sano. A volte significa solo che c’è più confusione. Una delle attività sperimentali di BIOservicES è la simulazione dell’effetto dei cambiamenti climatici in alcuni siti, con l’aumento delle temperature e della concentrazione di anidride carbonica, e ci si aspetta un impatto sulla biodiversità del suolo e sulla produzione agricola.
L’agricoltore avrà a disposizione qualche app o programma?
Esiste la Soil Community Platform per lo scambio di conoscenze, che condividiamo con un altro progetto Horizon, InBestSoil. Tra gli obiettivi che ci prefiggiamo c’è la creazione di Practice Abstract, guide semplici sui risultati e sulle pratiche migliori da adottare per una migliore salute del suolo.
Qual è il prossimo grande step?
Partendo dai risultati ottenuti finora, l’obiettivo finale è individuare i parametri più significativi che valga la pena misurare e definire indicatori smart della biodiversità che comunichino tra loro e chiariscano lo stato di salute e i numerosi servizi ecosistemici forniti dal suolo, tra cui il carbon farming.




















































































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