Agroforestazione, come costruire un sistema produttivo integrato: il modello della Tenuta di Paganico

Un viaggio con Jacopo Goracci alla scoperta di un modello produttivo differente, in cui zootecnia, biodiversità e sostenibilità economica si integrano per dare forma a un nuovo modo di allevare e gestire il territorio

5 Novembre, 2026

Quanto può essere economicamente sostenibile un sistema produttivo che sceglie di rinunciare a una parte delle proprie performance per valorizzare aspetti quali la gestione del territorio, la tutela della biodiversità e la qualità dell’ambiente in cui opera? È una domanda che sorge spontanea quando si prova a immaginare un modello diverso di agricoltura e zootecnia, nel quale l’esclusiva efficienza produttiva smette di occupare il vertice dei fattori di competitività, lasciando spazio a una visione più ampia del valore generato dall’attività agricola.

Ad offrire uno spunto interessante sul tema è l’esperienza della Tenuta di Paganico, in Maremma, dove l’allevamento bovino e suino sono inseriti in un sistema di tipo silvopastorale che integra boschi, pascoli e attività agricole.

Ne abbiamo parlato con Jacopo Goracci, agronomo specializzato in scienze animali e impegnato in diversi progetti di ricerca e innovazione a livello europeo e nazionale, che da oltre vent’anni lavora all’interno di questa realtà, contribuendo attivamente alla sua trasformazione e allo sviluppo di un modello produttivo basato sull’integrazione tra allevamento e gestione forestale.

Tenuta di Paganico: un secolo di agricoltura, allevamento e gestione del territorio

Per comprendere le scelte attuali della Tenuta di Paganico bisogna tornare indietro di oltre cento anni. La storia dell’azienda inizia nel 1924, quando Alberto Uzielli, proveniente da una famiglia di banchieri e laureato in Scienze forestali a Firenze, acquistò quasi 4.000 ettari in Maremma con l’intenzione di realizzare un progetto di bonifica e valorizzazione agricola. La sua idea era trasformare un territorio, allora marginale, in un sistema produttivo capace di integrare attività agricole, forestali e zootecniche, creando al tempo stesso le condizioni per l’insediamento e il lavoro delle famiglie.

Un’impostazione che oggi definiremmo agroforestale, ma che all’epoca veniva identificata attraverso il concetto di colture promiscue, nel quale alberi, coltivazioni e animali erano considerati componenti complementari di un unico sistema. L’azienda venne organizzata attraverso una rete di poderi, strade, pozzi e infrastrutture, arrivando a ospitare e coinvolgere oltre cinquanta famiglie. Nel 1954 la Tenuta fu riconosciuta come azienda modello, proprio per aver anticipato alcuni degli obiettivi della riforma agraria. Una parte fondamentale del progetto riguardava i boschi, che occupavano oltre il 70% della superficie. Attraverso interventi di diradamento e conversione da ceduo ad alto fusto, venne promossa una gestione forestale orientata non soltanto alla produzione legnosa, ma anche allo sviluppo delle chiome, alla produzione di ghiande e alla crescita della vegetazione del sottobosco.

L’obiettivo era favorire la presenza di risorse alimentari utilizzabili dagli animali, integrando pascolo erbaceo, arbustivo e arboreo. Anche le fasce tagliafuoco furono progettate come superfici pascolabili, con punti di abbeverata e possibilità di rotazione degli animali tra ambienti differenti. Una visione che attribuiva all’allevamento un ruolo attivo nella gestione del paesaggio.

Il biologico e la scelta di allevare esclusivamente bovini di razza Maremmana

Nel corso del Novecento, anche la Tenuta di Paganico ha attraversato una fase di intensificazione produttiva, allontanandosi progressivamente dall’impostazione originaria. Alla fine degli anni Novanta, Maria Novella Uzielli, nipote del fondatore e attuale amministratrice unica, ha avviato, però, un percorso di riorganizzazione finalizzato a recuperare l’identità aziendale.

La conversione al biologico, iniziata nel 1999 e completata nel 2002, ha rappresentato uno dei primi passaggi di questa trasformazione, accompagnata dalla riduzione degli input esterni e dal ripensamento delle modalità di allevamento. È in questo contesto che si inserisce il percorso professionale di Jacopo Goracci che, dopo gli studi universitari e il dottorato a Pisa dedicati ai sistemi di allevamento al pascolo e alla qualità della carne dei suini di Cinta Senese, è arrivato a Paganico portando competenze specifiche nella gestione zootecnica estensiva.

Inizialmente l’allevamento bovino comprendeva tre razze da carne: Maremmana, Limousine e Chianina, allevate brade con i vitelli fino ai sei mesi di età. Le successive fasi di accrescimento e finissaggio si svolgevano poi in stalla. La volontà di rendere più coerente l’intero ciclo produttivo con le caratteristiche ambientali della Tenuta ha, però, portato a un ulteriore cambiamento.

L’azienda ha progressivamente abbandonato Limousine e Chianina per concentrarsi sulla razza Maremmana, ritenuta maggiormente adatta alle condizioni di allevamento nel bosco e più rappresentativa dell’identità territoriale, e si è intrapreso l’ingrasso all’aperto grazie agli studi condotti con la Scuola Superiore Sant’Anna e l’Università di Pisa, tramite i quali è stato possibile ottenere informazioni sulla produttività dei pascoli e la stagionalità delle risorse.

Dal 2017 una gestione silvopastorale

Oggi il responsabile tecnico aziendale è Alessio Deltongo, mentre Jacopo Goracci è impegnato in maniera attiva sulle attività di sviluppo e ricerca. L’agroforestazione rappresenta, infatti, un approccio dinamico alla gestione agricola che prevede l’integrazione di alberi e arbusti con colture e/o animali. Il principio è progettare e, soprattutto, gestire le interazioni tra le diverse componenti produttive, cercando di valorizzarne le complementarità.

In particolare, si distinguono tre principali tipologie di sistemi:

  • Silvopastorali, che integrano alberi, arbusti e animali.
  • Silvoarabili, che associano specie arboree e colture agricole.
  • Agrosilvopastorali, che combinano alberi, coltivazioni e allevamento.

Le applicazioni possono essere molto diverse: dal pascolamento dei bovini nelle superfici forestali all’introduzione di filari arborei nei seminativi, dall’utilizzo delle stoppie per l’alimentazione dei suini alla presenza di alberi nei vigneti per contribuire a mitigare gli effetti delle ondate di calore. La caratteristica comune è il tentativo di considerare l’azienda agricola come un sistema integrato, nel quale le diverse attività vengono gestite in maniera coordinata.

Quali vantaggi può offrire questa impostazione a un allevamento? E quali le criticità da considerare?

 A questa domanda Jacopo ha risposto raccontando i risultati del progetto europeo “Agromix” di cui anche Ruminantia aveva divulgato i risultati grazie agli autori della rubrica ASPA Dissemination (QUI). La possibilità di misurare gli effetti del sistema di allevamento sugli animali permette di fare delle riflessioni con un approccio di tipo scientifico. L’attività ha permesso di confrontare performance produttive e alcuni indicatori fisiologici, associati allo stress, in bovini gestiti in un sistema silvopastorale e animali allevati esclusivamente al pascolo.

Tra le evidenze principali è risultato che, nel periodo estivo, gli animali con accesso al bosco hanno concentrazioni di cortisolo nel pelo statisticamente inferiori rispetto a quelli allevati al pascolo aperto, dimostrando quindi che la disponibilità di un ambiente boschivo possa contribuire a ridurre gli effetti dello stress da caldo. Il quadro cambia, però, quando si considerano gli accrescimenti. In questo raffronto, infatti, i bovini allevati esclusivamente al pascolo hanno registrato un incremento ponderale giornaliero superiore del 20% rispetto agli animali gestiti nel sistema silvopastorale.

SistemaAccrescimento giornaliero
Pascolo aperto1,2 kg/capo/giorno
Sistema silvopastorale1,0 kg/capo/giorno
Differenza+20% a favore del pascolo aperto

Una differenza tutt’altro che trascurabile per un allevamento da carne, ma che non deve indurci a trarre delle conclusioni affrettate. Le possibili spiegazioni comprendono il maggiore dispendio energetico legato agli spostamenti nel bosco e altre dinamiche connesse all’utilizzazione delle risorse alimentari. Il vero interesse di questi dati sta, però, proprio nel compromesso che evidenziano: condizioni potenzialmente più favorevoli sotto il profilo dello stress termico possono accompagnarsi a performance produttive inferiori, e l’allevatore deve saperlo per misurare e gestire in maniera consapevole le proprie scelte.

Tenuta di Paganico, ad esempio, ha utilizzato le conoscenze acquisite per modificare la gestione stagionale degli animali, per cui nei mesi più caldi si sfruttano le condizioni microclimatiche più favorevoli offerte dal bosco, mentre in primavera e autunno, quando le temperature sono meno problematiche e le risorse erbacee più disponibili, il pascolamento viene concentrato maggiormente sulle superfici aperte, riducendo l’estensione delle aree boschive utilizzate, con l’obiettivo di limitare il dispendio energetico degli animali senza rinunciare ai benefici ambientali del sistema.

Questo approccio mette in evidenza un aspetto fondamentale dell’agroforestazione, e cioè che essa non è semplicemente una modalità di utilizzo del terreno, ma un sistema che richiede una gestione zootecnica dinamica e basata sulla conoscenza delle risorse disponibili. Per funzionare, deve tenere conto della stagionalità, della disponibilità alimentare, del comportamento degli animali e delle caratteristiche del territorio.

Ma quanto è replicabile un modello di questo tipo in aziende con superfici, condizioni ambientali e strutture economiche differenti?

Secondo Jacopo, una delle principali difficoltà dei sistemi silvopastorali riguarda il mancato riconoscimento economico dei servizi ecosistemici. Un allevamento che utilizza il bosco può contribuire alla gestione della vegetazione, alla manutenzione del paesaggio, alla conservazione del suolo e, in determinate condizioni, alla riduzione del materiale combustibile che alimenta gli incendi. Si tratta di funzioni che possono generare benefici per la collettività, ma che difficilmente trovano una remunerazione diretta nel prezzo della carne. Il problema diventa particolarmente evidente quando si confrontano sistemi caratterizzati da performance produttive differenti. Se un allevamento registra accrescimenti inferiori, ma contribuisce contemporaneamente a mantenere superfici forestali e a gestire il territorio, come dovrebbe essere valutata la sua efficienza complessiva?

Considerare esclusivamente i chilogrammi di carne prodotti rischia di non rappresentare tutte le funzioni svolte dall’azienda. D’altra parte, i benefici ambientali non possono essere semplicemente presunti: devono essere misurati e valutati in relazione alle specifiche condizioni di gestione. È proprio su questo equilibrio che si gioca una parte importante della sostenibilità economica dell’agroforestazione.

Ad esempio – prosegue Jacopo – in Spagna gli allevatori vengono remunerati per attività di pascolamento finalizzate alla gestione forestale e alla prevenzione degli incendi. Il riconoscimento di queste funzioni, di cui si parla anche un articolo sul sito della Commissione europea che parla proprio di Tenuta Paganico ( “L’azienda agricola biologica italiana dove il bestiame aiuta a prevenire gli incendi boschivi”) potrebbe contribuire a rendere economicamente più sostenibili sistemi che, valutati esclusivamente sulla base della produzione primaria, possono risultare, invece, meno competitivi.

In questa azienda un ruolo importante è svolto anche dalla diversificazione delle attività, attraverso la trasformazione, la vendita diretta e la ristorazione.

L’agroforestazione non è un modello unico: le possibilità per le aziende zootecniche

L’esperienza della Tenuta di Paganico è legata a caratteristiche territoriali e storiche particolari, ma questo non significa che l’agroforestazione sia applicabile soltanto alle grandi aziende dotate di ampie superfici boschive. Secondo Jacopo, infatti, il principio fondamentale è l’adattabilità del modello.

Si possono individuare soluzioni compatibili con le caratteristiche e gli obiettivi delle singole aziende. Per un allevamento bovino al pascolo, ad esempio, l’introduzione di alberi può rappresentare una strategia per aumentare la disponibilità di ombra e migliorare le condizioni microclimatiche. In un’azienda con seminativi, l’integrazione di specie arboree può contribuire alla diversificazione produttiva e alla protezione del suolo. In altri contesti possono essere valorizzate superfici marginali, fasce alberate o sistemi di pascolamento integrati con la gestione forestale.

Le principali criticità

L’applicabilità dipende da numerosi fattori: disponibilità di superficie, caratteristiche del terreno, clima, specie allevate, disponibilità idrica, costi di impianto e manutenzione, organizzazione del lavoro e obiettivi economici.

Ma gli ostacoli più grandi sono burocratici e normativi, così come i tempi degli investimenti. La realizzazione di recinzioni nelle aree forestali, la realizzazione di pozzi, l’installazione di abbeveratoi e la gestione delle superfici boschive possono richiedere autorizzazioni complesse.

Un’altra difficoltà riguarda, come accennato sopra, i tempi degli investimenti. Le trasformazioni agroforestali richiedono spesso orizzonti pluriennali, mentre gli strumenti di sostegno economico e la programmazione agricola non sempre riescono a tenere conto della durata dei processi biologici coinvolti. Per questo Jacopo sottolinea l’importanza di disporre di politiche agricole costruite attraverso un maggiore coinvolgimento degli agricoltori e di strumenti capaci di accompagnare le aziende durante le fasi di transizione.

Ripensare il ruolo dell’allevatore, senza contrapporre i sistemi produttivi

L’agroforestazione apre una riflessione che va oltre la scelta tra allevamento intensivo ed estensivo. La zootecnia moderna comprende realtà molto differenti, caratterizzate da livelli di specializzazione, efficienza e integrazione territoriale diversi. I sistemi commerciali più diffusi hanno sviluppato tecnologie e strategie gestionali capaci di migliorare la produttività, il controllo sanitario e l’utilizzo delle risorse.

Allo stesso tempo, esperienze come quella della Tenuta di Paganico mostrano che possono esistere altre modalità di organizzare la produzione, nelle quali la gestione degli animali viene strettamente collegata a quella del territorio. Non si tratta di stabilire quale modello sia migliore in assoluto. Piuttosto, è necessario comprendere quali risultati si vogliono ottenere, quali risorse sono disponibili e quali compromessi si è disposti ad affrontare. In questa prospettiva, l’allevatore può assumere un ruolo che non si esaurisce nella produzione di alimenti, ma comprende anche la gestione delle risorse naturali e del paesaggio. Un ruolo che, per essere sostenibile, deve però trovare un adeguato riconoscimento economico.

Conoscenza dei sistemi agroforestali: il ruolo di AIAF

Sui sistemi agroforestali le conoscenze scientifiche disponibili sono già numerose; forse ciò che manca è la divulgazione di queste conoscenze tecniche la formazione e soprattutto le occasioni di confronto tra chi studia questi modelli e chi deve applicarli concretamente, e, di conseguenza, la capacità di tradurle in applicazioni concrete e in strumenti normativi adeguati.

In Italia, un punto di riferimento è rappresentato dall’Associazione Italiana Agroforestazione (AIAF), impegnata nella promozione e nella diffusione delle conoscenze relative all’integrazione tra alberi, colture agricole e allevamento, di cui Jacopo Goracci è segretario e tesoriere.

L’associazione contribuisce a creare collegamenti tra ricercatori, agricoltori, allevatori, tecnici e istituzioni, favorendo il trasferimento delle esperienze e il confronto sulle opportunità e sulle criticità dei sistemi agroforestali.

Il 3 e 4 dicembre a Milano il 3° Forum Nazionale di Agroforestazione

Proprio per favorire questo dialogo, il 3 e 4 dicembre 2026, presso la Facoltà di Agraria di Milano, si terrà il 3° Forum Nazionale di Agroforestazione (approfondisci QUI).

Dopo le precedenti edizioni di Roma e Agrigento, l’appuntamento riunirà ricercatori, agricoltori, allevatori, tecnici, rappresentanti delle istituzioni e cittadini interessati alle prospettive dell’agroforestazione. Non sarà soltanto un convegno scientifico, ma uno spazio di confronto nel quale le conoscenze accademiche potranno incontrare le esperienze pratiche delle aziende.

I lavori saranno articolati in cinque aree tematiche:

  1. Produzione e Ambiente: Modelli, tecniche e pratiche; servizi agroecosistemici; monitoraggio.
  2. Paesaggio e Territorio: Progettazione e resilienza; dissesto e rischio incendi; biodiversità.
  3. Politiche, Economia e Sviluppo Rurale: PAC e PSR/CSR; modelli di business; filiere agroforestali.
  4. Certificazioni, Normative e Mercati: CRCF e crediti di carbonio; certificazione e tracciabilità; ruolo delle cooperative.
  5. Esperienze di Transizione: Casi di conversione, progetti pilota, network dimostrativi, nuovi impianti.

L’incontro rappresenterà un’opportunità per conoscere esperienze diverse, approfondire le evidenze scientifiche disponibili e discutere le condizioni necessarie a rendere questi sistemi più accessibili alle imprese agricole.

Conclusioni

Spero che la testimonianza di Jacopo Goracci abbia suscitato la vostra curiosità e colgo l’occasione per invitare tutti coloro che ne avranno la possibilità a partecipare attivamente al prossimo Forum.

L’agroforestazione ci dimostra che l’efficienza di un sistema produttivo può essere osservata da più punti di vista e che, per scegliere consapevolmente, è necessario conoscerli tutti!

 

Da leggere - Ottobre 2026

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