Allevamenti intensivi, salute e ambiente: uno sguardo critico a partire dai Paesi a Basso Reddito
Una riflessione critica sugli allevamenti intensivi e la sostenibilità nei Paesi a Basso Reddito, dove la malnutrizione e l’agricoltura inefficiente richiedono soluzioni produttive ed etiche

Una provocazione necessaria
Quando, lo scorso anno (2024), è uscito il docu-film Food for Profit di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi, volto a “criminalizzare” gli allevamenti intensivi, mi sono chiesto quanto peso potessero effettivamente avere i presunti effetti negativi degli animali allevati sulla salute umana e sull’equilibrio ambientale. Voglio inoltre ampliare la mia riflessione esaminando soprattutto i Paesi a Basso Reddito (PBR), cui sin dal 2012 ho dedicato attenzione nel tentativo di elaborare un modello olistico di sviluppo rurale.
Il contesto dei Paesi a Basso Reddito (PBR)
Premesso che tali Paesi si trovano prevalentemente in Africa, ma anche in Asia e America Latina, la loro popolazione rappresenta quasi il 40% di quella mondiale, di cui oltre il 60% vive in aree rurali.
In questi contesti, l’agricoltura – prevalentemente di sussistenza – è tra le principali cause sia della diffusa malnutrizione sia delle problematiche ambientali. Ritengo quindi che quanto di negativo imputato agli allevamenti intensivi dal docu-film sopra citato (effetti negativi sulla salute umana e sull’equilibrio ambientale) si osservi, sia pure con dinamiche differenti, anche in contesti dove l’agricoltura è tutto fuorché intensiva. Da qui la necessità di alcune precisazioni fondamentali.
Malnutrizione e inefficienza agricola
Nei PBR:
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la malnutrizione è molto diffusa, specialmente tra bambini e donne, ed è dovuta in gran parte a una dieta quasi esclusivamente vegetariana, non per scelta ma per scarsità di alimenti di origine animale;
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l’agricoltura è inefficiente e poco produttiva. Questa inefficienza, unita al fabbisogno energetico (legato all’uso del fuoco), ha un impatto ambientale rilevante: uso estensivo del suolo, agricoltura itinerante dovuta alla perdita di fertilità dei terreni e deforestazione progressiva per legna e carbone.
Inoltre, la bassa produttività porta a un aumento delle emissioni di gas serra, soprattutto a causa del cambiamento d’uso del suolo.
I limiti della narrazione ambientalista
Pur riconoscendo il valore delle campagne di sensibilizzazione ambientale, è fondamentale evitare generalizzazioni che non tengano conto della complessità dei sistemi produttivi e delle diverse realtà globali. Le contraddizioni citate mettono infatti in discussione alcune affermazioni semplicistiche della narrazione ambientalista.
È azzardato, ad esempio, definire “sana” una dieta quasi priva di alimenti di origine animale, come ha fatto il rapporto EAT-Lancet (2019), secondo cui tale dieta ridurrebbe le malattie non trasmissibili e l’impatto ambientale dell’allevamento.
A tal proposito, la FAO (2023a) ha affermato:
“Gli alimenti di origine animale terrestri, nell’ambito di modelli alimentari sani, possono fornire un contributo vitale agli sforzi volti a raggiungere gli obiettivi nutrizionali globali per il 2025 […] e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) […]“.
Non meno discutibile è la posizione del WWF nel documento “Al via la meat free week promossa dal WWF” (26-02-2024), che attribuisce agli allevamenti intensivi numerosi effetti negativi sull’ambiente: cambiamento climatico, consumo eccessivo di risorse naturali, eccesso di ammoniaca, eutrofizzazione delle acque.
Produttività e sostenibilità
Sull’argomento dei gas climalteranti, riporto quanto sostenuto dalla FAO (2023):
“La riduzione più significativa delle emissioni può essere ottenuta dando priorità ai miglioramenti della produttività, non solo animale ma in ogni fase della catena di produzione“.
E aggiunge:
“Questi miglioramenti potrebbero ridurre significativamente le emissioni del settore zootecnico, pur soddisfacendo l’atteso +20% di domanda di proteine animali entro il 2050“.
Sul tema della superficie agricola, è illuminante l’analisi di Our World in Data (2023): dal 1960 a oggi, nonostante la popolazione mondiale sia aumentata di 5 miliardi di persone, il fabbisogno di terra per ogni nuovo abitante si è ridotto da 1,5-1,7 ettari a 0,6, grazie all’aumento di produttività agricola.
Una produttività più elevata implica anche meno animali allevati e, di conseguenza, minori emissioni. A titolo esemplificativo, nei PBR ogni litro di latte è responsabile di 7,5 kg di CO₂, contro gli 1,5 kg/litro dei Paesi ad Allevamento Razionale (PAR) a produzione intensiva (FAO, 2010).

Figura 1- Uso del suolo agricolo per persona useHYDE (2023) – con lievi elaborazioni a cura di Our World in Data.
Sfide strutturali nei PBR
Quanto fin qui esposto conferma che l’intensificazione sostenibile, rappresenta la miglior soluzione possibile nei Paesi ad Alto Reddito (PAR) per garantire la sicurezza alimentare e la tutela ambientale ed inoltre sarebbe auspicabile estendere l’incremento di produttività anche all’agricoltura (coltivazioni e allevamenti) dei PBR, anche se ciò presenta sfide importanti.
In questi Paesi predominano (con l’eccezione parziale dell’America Latina) piccole aziende familiari con superfici agricole molto ridotte, che spesso non producono abbastanza neppure per la propria sussistenza. Ne deriva una prevalenza di piccoli allevamenti (pollame, capre, suini) alimentati con risorse marginali come residui colturali e avanzi domestici.

Situazione diversa si osserva nei sistemi pastorali, basati soprattutto su bovini e zebù, che si nutrono esclusivamente di pascoli naturali. In teoria, questi sistemi permetterebbero l’uso di ampie superfici mediante transumanza, ma la crescita demografica e il bisogno crescente di cibo e animali (entrambi poco produttivi) rendono questa pratica sempre più difficile.
La conseguenza è una riduzione delle aree di pascolo e un aumento del numero di animali per unità di superficie, che porta frequentemente a fenomeni di sovra-pascolamento (overgrazing) e conseguente degrado del suolo (erosione e desertificazione). Non di rado, inoltre, sorgono conflitti tra agricoltori e pastori, con tensioni che possono degenerare in violenze.

Limiti culturali e necessità di un approccio integrato
Oltre alle difficoltà tecniche legate alle dimensioni ridotte delle aziende e alla carenza di infrastrutture, sono rilevanti anche gli ostacoli di tipo antropologico e socio-economico. In primo luogo, va considerata la scarsa propensione all’innovazione da parte dei piccoli agricoltori, spesso caratterizzati da basso livello di istruzione, forte legame con le tradizioni e sfiducia maturata dopo secoli di insuccessi.

Per queste ragioni, senza entrare nel merito delle soluzioni tecniche specifiche – che richiederebbero un’analisi caso per caso – si sottolinea la priorità di un approccio integrato (antropologico, sociale e psicologico). Solo in un secondo momento potranno essere definite le scelte economiche più adatte: se puntare sull’introduzione di grandi aziende oppure rafforzare le piccole unità familiari attraverso forme associative o cooperative. Da queste scelte dipenderanno anche le tecnologie da adottare, con la speranza concreta di investimenti efficaci in entrambi i casi.
Conclusione: una scienza con coscienza
Gli animali non sono solo fonte di alimenti, ma anche risorsa vitale per il lavoro, il trasporto, la produzione di fibre, pellami e fertilizzanti. Se gestiti correttamente – soprattutto in sistemi intensivi sostenibili – non rappresentano una minaccia ambientale, ma una risorsa.
È però essenziale che scienza e tecnologia siano applicate con etica e in funzione dello sviluppo umano integrale. In questo senso, è particolarmente significativo l’appello di Papa Francesco per una “scienza con coscienza” (Messaggio al 42° Consiglio IFAD-ONU, 14 febbraio 2019).
Un principio perfettamente coerente con il paradigma One Health promosso da OMS e FAO, che considera congiuntamente la salute umana, animale e ambientale – e che offre una risposta concreta e razionale alle sfide globali legate alla sicurezza alimentare e alla tutela del pianeta.


A cura di Giuseppe Bertoni, Emerito di Zootecnica Speciale – Università Cattolica del Sacro Cuore















































































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