Allevare in montagna: l’impegno di Marzia Verona tra scienza forestale e vita pastorale
Nel contesto dell’Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori, l’esperienza di Marzia Verona ci offre uno sguardo diretto su un sistema produttivo che unisce gestione del territorio, biodiversità e tradizione, ma oggi sempre più esposto a criticità economiche, climatiche e sociali

Come ricordato in più occasioni, il 2026 è stato proclamato dalla FAO l’Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori (leggi QUI), un riconoscimento fondamentale per un’attività che va ben oltre la semplice produzione alimentare. Il pastoralismo rappresenta, infatti, il cardine della tutela dell’ambiente e dei paesaggi montani, garantendo la biodiversità e mantenendo quegli scenari che rendono possibile il turismo rurale che tanto apprezziamo.
Ma dietro l’immagine idilliaca di questa attività si cela un carico di impegno, sacrificio e devozione quasi inimmaginabile per chi vive ritmi urbani. Ne abbiamo parlato con Marzia Verona, classe 1977, laureata in Scienze Forestali e Ambientali, che da semplice appassionata di montagna ha scelto di dedicare la propria vita e professionalità a questo mondo.

Dottoressa Verona, lei si è laureata con una tesi in alpicoltura. Come è avvenuta la transizione dalla gestione accademica del territorio alla pratica dell’allevamento?
«Nonostante non avessi origini direttamente collegate al settore zootecnico — i miei nonni erano frutticoltori — mi ha sempre affascinato la vegetazione dei pascoli, e la sua influenza sulla nutrizione degli animali. La vera svolta è arrivata, però, lavorando a un censimento delle strutture d’alpeggio per la Regione Piemonte. Mi colpì il contrasto tra i miei colleghi laureati, spesso insoddisfatti dei loro lavori d’ufficio, e gli allevatori, che pur essendo vincolati 365 giorni all’anno con guadagni esigui, mostravano una felicità e una passione travolgenti. Da lì ho iniziato a seguire i pastori nomadi, entrando poi in questo mondo in prima persona, prima attraverso i legami affettivi e poi con una mia attività.»
Attualmente lei opera in Valle d’Aosta. Può descriverci tecnicamente il suo sistema di allevamento e la scelta della specie allevata?

«Dopo un’esperienza decennale nel mondo del pastoralismo nomade con greggi di pecore, mi sono stabilita in Valle d’Aosta circa undici anni fa. Oggi allevo capre Valdostane (approfondisci QUI), una razza di nicchia autoctona di queste zone, con un sistema stanziale: facciamo ricorso al pascolo in inverno, mentre in estate fienagione in loco affidando gli animali ad altri allevatori che salgono in alpeggio. Con le capre non produciamo latte o formaggio, ma ci concentriamo sulla vendita di animali da vita, selezionando riproduttori per altri allevamenti. Il reddito principale dell’azienda deriva comunque dalle vacche valdostane da latte di cui si occupa il mio compagno. La scelta della specie caprina è legata alla loro indole indipendente e vivace, molto diversa da quella delle pecore, e dal fascino estetico della razza Valdostana, in particolare, con le sue imponenti corna, che oggi allevo soprattutto per passione e per preservarne la bellezza, dedicandomi principalmente agli esemplari dal mantello “faletto”.»
Un aspetto iconico della razza Valdostana sono le “battaglie”. Di cosa si tratta tecnicamente?
«È una tradizione legata allo spiccato senso della gerarchia insito in questa razza. Sono tornei organizzati dove le capre si sfidano spontaneamente per stabilire il predominio. Non c’è coercizione: se non vogliono combattere, si ignorano. La vincitrice è quella che rimane sul campo dopo che l’avversaria si è girata in segno di sottomissione. Si tengono tredici incontri durante l’anno, a partire dal mese di maggio, e la capra che avrà vinto il maggior numero di avversarie verrà proclamata “Regina” nella finale autunnale. In palio per le vincitrici gli “tchambis”, collari fatti in legno di acero e noce, intarsiati a mano con la tipica campana.»
Parlando di gestione del gregge, lei ha vissuto il “pascolo vagante”. Quanto è diffusa oggi questa pratica nel Nord Italia e quali sono le sfide tecniche per gestire grandi numeri?
«Il pascolo vagante è ancora molto presente in Piemonte, Lombardia, Veneto e Trentino, specialmente con pecore da carne di razza Bergamasca o Biellese. Parliamo di greggi che raggiungono i 2000 capi, gestite solitamente da sole 3 o 4 persone. È una logistica complessa: una persona guida il gregge, una sta in coda e un’altra sposta il fuoristrada con il rimorchio per gli agnellini. I pastori vivono in roulotte al seguito degli animali tutto l’anno, affrontando ogni condizione climatica.»
Invece, per gli allevamenti stanziali che in estate praticano l’alpeggio, quali sono le principali criticità?
Invariato: «Oggi fare l’allevatore in montagna significa confrontarsi con difficoltà sempre più pesanti. Fino a qualche anno fa era un lavoro che, pur senza grandi guadagni, permetteva di vivere in modo dignitoso e in equilibrio con il territorio. Ora invece i costi sono aumentati drasticamente mentre i ricavi restano invariati, rendendo l’attività sempre meno sostenibile economicamente. A complicare ulteriormente la situazione si aggiunge il cambiamento climatico, di cui la siccità è una delle principali rappresentazioni. Questa non è più un evento sporadico eccezionale, ma un vero problema strutturale. La mancanza d’acqua mette a rischio i pascoli estivi e accorcia la stagione di alpeggio; se gli animali rientrano prima del previsto, non resta poi abbastanza fieno per l’inverno. E produrlo è sempre più difficile, perché senza pioggia l’erba non cresce. Anche acquistare mangimi è diventato proibitivo per i prezzi aumentati in modo significativo, che si sommano ai rincari dell’energia e del carburante, aggravando ulteriormente le spese. In molti casi, quando non si riesce più a garantire il cibo agli animali, gli allevatori si trovano davanti alla dolorosa scelta di ridurre il numero di capi o chiudere definitivamente l’attività. In questo contesto, allevare in montagna non è più solo un mestiere, ma una lotta quotidiana per la sopravvivenza economica e per la continuità di un modo di vivere sempre più fragile.»
Lei è anche un’autrice stimata. Nel momento storico di forte allontanamento della società dal mondo rurale, la narrativa può essere uno strumento tecnico di divulgazione per riavvicinare la società al mondo rurale?
«Assolutamente sì. Ho iniziato scrivendo saggi e curando un blog, ma ora mi dedico alla narrativa perché permette di raggiungere un pubblico più ampio, includendo anche coloro che non leggerebbero mai un testo tecnico. Attraverso romanzi come “L’ora del pastore“ o il prossimo in uscita, “La luce sulla montagna“, cerco di far scoprire la realtà dell’allevamento e della montagna a chi non la conosce. È un modo per creare un dialogo e combattere la profonda disinformazione che oggi domina il web. C’è un distacco totale dai ritmi animali: spesso le persone umanizzano gli animali pensando che soffrano al freddo, quando invece le mie capre, abituate al pascolo e naturalmente provviste di un idoneo mantello, stanno bene anche sotto la neve. Veniamo spesso etichettati e travolti da pregiudizi di chi non conosce la realtà delle cose, e credo che il problema principale si sia generato, appunto, con l’enorme divario tra i cittadini e il mondo rurale, e con la conseguente perdita di conoscenza delle tante sfaccettature e tipologie di allevamento che esistono. I piccoli allevamenti estensivi sono di importanza cruciale per la salvaguardia del territorio, bisogna riconoscerglielo questo valore. L’informazione e la conoscenza sono l’unica chiave per restituire dignità a questo lavoro.»



















































































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