Analisi delle feci: un supporto necessario alla nutrizione

Il disciplinare del Parmigiano Reggiano impone vincoli nutrizionali stringenti: monitoraggi di stalla e analisi delle feci aiutano a valutare digeribilità, rischio acidosi e sostenibilità della Frisona moderna

18 Dicembre, 2025

Abbiamo più volte affrontato, in questa rubrica (Allevare Parmigiano Reggiano), temi legati all’alimentazione, soffermandoci in particolare su quegli indicatori diretti e indiretti utili a valutare se stiamo nutrendo correttamente i nostri animali. Ma perché attribuire un ruolo così centrale all’alimentazione delle bovine destinate alla produzione di latte per il Parmigiano Reggiano?

Il disciplinare di produzione, nel tutelare la tradizione e soprattutto le caratteristiche chimico-fisiche e organolettiche più identitarie del formaggio, ha introdotto vincoli stringenti sull’alimentazione degli animali che, inevitabilmente, rendono più complessa la gestione nutrizionale. Solo in tempi relativamente recenti sono stati sviluppati indici di selezione specifici per le bovine del comprensorio: la razza Frisona ha infatti introdotto l’indice genetico ICS-PR, oggi in fase di diffusione ed evoluzione, sebbene con una certa lentezza rispetto alla rapidità con cui la razza continua a progredire.

La selezione genetica tradizionale della Frisona non considera pienamente le criticità generate dai rigidi vincoli del disciplinare, che si traducono in difficoltà operative per allevatori, nutrizionisti, alimentaristi e buiatri. Tuttavia, la lettura oggettiva dei dati, nella sua freddezza e imparzialità, restituisce al momento un quadro complessivamente rassicurante, almeno per quanto riguarda la base genetica oggi presente in stalla.

Nell’articolo dal titolo “È opportuno allevare la Frisona per fare il Parmigiano Reggiano?” del 20 marzo 2025, con il supporto dei dati forniti da ANAFIBJ abbiamo mostrato come diete coerenti con il disciplinare, pur risultando talvolta limitate in nutrienti chiave come l’energia, non determinino effetti negativi su fenotipi misurabili quali produzione e fertilità.

Tuttavia, la rapida evoluzione genetica della Frisona italiana, con il conseguente e continuo riassetto ormonale e metabolico, a fronte della sostanziale staticità del disciplinare, potrebbe nel tempo generare un potenziale corto circuito gestionale. Per prevenire questo rischio, diventa fondamentale, come avviene in tutti gli altri contesti di allevamento della Frisona italiana, intensificare il monitoraggio attraverso controlli visivi, necessariamente più soggettivi, affiancati da analisi di laboratorio e da una lettura attenta dei dati di stalla, sia a livello individuale sia collettivo.

Nell’articolo “Ha ancora un senso controllare l’urea nel latte?” abbiamo approfondito il ruolo dell’urea del latte come biomarker chiave per la valutazione dell’efficienza epatica e del bilanciamento della razione. Con “Come monitorare la digeribilità dei fieni” e “L’ingestione è il fenotipo più importante da tenere sotto controllo” abbiamo infine richiamato l’attenzione su altri punti critici altrettanto determinanti nella gestione nutrizionale delle bovine del comprensorio.

Accanto a questi strumenti, l’analisi delle feci rappresenta un ulteriore mezzo di valutazione: semplice, non particolarmente accurato, ma comunque utile al raggiungimento dell’obiettivo. Nella tabella sottostante sono riportati i risultati di 2.130 campioni fecali analizzati dal Laboratorio Analisi Zootecniche di Gonzaga negli ultimi otto anni, provenienti da allevamenti distribuiti su tutto il territorio nazionale e quindi non esclusivamente nel comprensorio di produzione del Parmigiano Reggiano.

IL-LIBRO-DELLE-ANALISI-analisi feci bovini

Questo tipo di controllo analitico consente di mettere in relazione i dati di input della dieta con l’output fecale, verificando l’efficienza di utilizzo dei principali nutrienti della razione in termini di digeribilità e biodisponibilità. Il disciplinare vieta l’impiego di cereali fermentati, come quelli presenti negli insilati, impone che la razione delle bovine in lattazione non superi il 50% di concentrati e pone ulteriori vincoli all’uso di grassi e alimenti ad alta concentrazione di zuccheri. Alla luce di questi limiti, verificare l’effettiva digeribilità lungo tutto il tratto gastrointestinale, in particolare dell’amido e degli altri nutrienti, diventa di fondamentale importanza.

Come si osserva dalla tabella, la concentrazione media di amido nelle feci è pari al 2%, con una deviazione standard di ± 1,5, un valore quindi pienamente nella norma. In generale, si considera ottimale una concentrazione di amido fecale inferiore al 3–5%, meglio se compresa tra 2 e 2,5%. La principale fonte di amido nelle razioni destinate alle bovine del Parmigiano Reggiano è il mais, per due motivi principali. Il primo è economico, poiché l’amido di mais risulta generalmente il più conveniente. Il secondo è di natura nutrizionale: la farina di mais cruda, non sottoposta a trattamenti termici, presenta una ridotta degradabilità ruminale, che le consente di raggiungere l’intestino tenue e di essere in parte assorbita.

Il mais, più di altri cereali, modifica profondamente la propria degradabilità ruminale e la biodisponibilità intestinale in funzione dei trattamenti tecnologici subiti, come macinazione a diversa granulometria, pellettatura, estrusione, fioccatura o fermentazione. Nelle bovine del comprensorio ci si aspetta dal mais una buona degradabilità ruminale, tale da sostenere la crescita del microbiota e favorire un’elevata produzione di propionati, senza però ridurre eccessivamente il pH ruminale, condizione che comprometterebbe l’attività dei batteri fibrolitici.

Nelle condizioni reali di allevamento, tuttavia, i foraggi raramente presentano la degradabilità attesa, trattandosi di foraggi essiccati, spesso in modo naturale, quindi né verdi né insilati. Dalla tabella emerge infatti una concentrazione media di aNDFom nelle feci pari al 52,5%, dato che indica come una quota rilevante di fibra non venga digerita e venga eliminata con le feci, rappresentando un problema gestionale importante.

Il paradosso è che, per aumentare l’energia della razione, si tende ad accrescere la quota di amido rumino-degradabile, con il risultato però di abbassare il pH ruminale e ridurre ulteriormente la digeribilità della fibra. Per migliorare la degradabilità dell’amido si ricorre talvolta a cereali diversi, come l’orzo, ma in quantità limitate, poiché la loro fermentazione ruminale è molto rapida e intensa, con il rischio di un eccessivo calo del pH.

Una strategia ormai consolidata e considerata tra le più efficaci consiste nel sostituire una quota significativa di farina di mais cruda con mais fioccato, o al limite estruso. In questo modo si aumenta la degradabilità ruminale dell’amido e si riduce la frazione indegradata che raggiunge l’intestino tenue, dove la biodisponibilità risulta comunque limitata.

Non sorprende quindi che nel NASEM 2021 il fabbisogno di amido della vacca da latte venga indicato in un ampio intervallo (22–30% della sostanza secca). Questa indicazione lascia un’elevata discrezionalità al nutrizionista, che trova proprio nell’analisi delle feci uno dei principali strumenti diagnostici di supporto alla formulazione e alla verifica delle razioni.

Le bovine di razza Frisona italiana hanno registrato negli ultimi anni un marcato incremento dell’ingestione di sostanza secca. Nelle stalle più produttive del comprensorio, nei mesi più freddi e con diete unifeed a gruppo unico, l’ingestione può raggiungere 27,5–28,5 kg di sostanza secca al giorno.

Considerando che il disciplinare consente una quota massima di concentrati pari al 50%, questo significa che le bovine possono assumere fino a poco meno di 16 kg di mangime, con un apporto di mais che può avvicinarsi ai 10 kg/capo/giorno. Una quantità così elevata, se costituita esclusivamente da farina di mais cruda, può comportare margini di rischio non trascurabili.

In questo contesto, le feci rappresentano un valido indicatore della gestione dell’alimentazione e dell’abbeverata, anche attraverso una semplice osservazione visiva, pur nella consapevolezza del carattere inevitabilmente soggettivo di tale valutazione. L’aspetto ideale delle feci è caratterizzato da una consistenza omogenea e cremosa, simile a quella del porridge, con una forma a leggera cupola e uno spessore di 2,5–5,0 cm. Feci più consistenti e asciutte indicano generalmente una ridotta digeribilità della razione, una scarsa disponibilità di acqua o un errato apporto di macrominerali.

Desta invece particolare preoccupazione la situazione in cui oltre il 15% delle bovine in lattazione presenta feci lucide, con separazione della fase solida da quella liquida, presenza di numerose particelle indigerite e bolle di gas. Questo quadro è tipicamente riconducibile a acidosi ruminale, anche in forma subclinica. La presenza di muco nelle feci deve allertare ulteriormente, poiché può essere indicativa della più grave acidosi intestinale, legata all’afflusso di alimenti indigeriti nel colon.

In conclusione, allo stato attuale, il disciplinare che regola l’alimentazione delle bovine del comprensorio del Parmigiano Reggiano non sembra generare criticità rilevanti negli allevamenti. Tuttavia, alla luce della rapida evoluzione della Frisona italiana e delle continue e profonde modifiche del suo assetto ormonale e metabolico, appare prudente rafforzare la diagnostica d’allevamento, per evitare di trovarsi impreparati nel momento in cui si dovesse raggiungere un limite fisiologico che oggi fatichiamo ancora a immaginare.

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