Densità di allevamento: quale impatto sulla salute dei bovini da carne
Uno studio condotto su manze Charolaise ha valutato come differenti superfici disponibili per capo possano influenzare l’accrescimento, il profilo ematologico e lo sviluppo muscolare durante il ciclo di ingrasso, offrendo nuovi elementi per conciliare benessere animale ed efficienza dell’allevamento

Il crescente interesse dell’opinione pubblica sta inducendo il comparto zootecnico a sviluppare strategie capaci di migliorare contemporaneamente l’efficienza produttiva e il benessere degli animali (1). Tra i principali fattori in grado di determinare condizioni di stress negli allevamenti di bovini da carne rientra la densità di allevamento (1,2). Tale fattore influenza la possibilità di accedere alle risorse alimentari, riposare in condizioni adeguate, regolare efficacemente la temperatura corporea e instaurare corrette interazioni sociali (3). Una risposta adattiva a tale condizione è caratterizzata da riduzioni dell’accrescimento, mentre i cambiamenti comportamentali e immunitari sono associati a un peggioramento delle condizioni di benessere generale (3,4). Uno dei metodi impiegati per la valutazione in vivo delle performance produttive dei bovini da carne è rappresentato dall’esame ecografico del muscolo longissimus dorsi, che consente di valutare sia la componente muscolare sia quella adiposa (5).
Attualmente non esiste una normativa europea che definisca la superficie minima da garantire ai bovini da carne di età superiore ai sei mesi (6,7). Le raccomandazioni formulate a livello europeo per gli allevamenti commerciali suggeriscono uno spazio compreso tra 2.4 e 5.5 m²/animale in box con lettiera. Tuttavia, per soggetti di peso superiore a 400 kg è stato proposto uno spazio minimo di circa 13 m² per capo. Nonostante tali indicazioni, sono ancora pochi gli studi che abbiano valutato spazi superiori ai 6 m² ad animale (7). Approfondire questi aspetti risulta fondamentale per individuare il livello di spazio oltre il quale ulteriori incrementi non determinano benefici aggiuntivi sul benessere animale (8). Inoltre, un eventuale aumento della superficie disponibile comporterebbe infatti importanti ripercussioni sulla sostenibilità economica degli allevamenti, poiché renderebbe necessario ridurre il numero di animali allevati nelle strutture esistenti oppure realizzare nuove strutture (4).
L’obiettivo dello studio è stato quello di valutare il profilo ematologico e le caratteristiche ecografiche del muscolo longissimus dorsi in manze da carne allevate con una disponibilità di spazio pari a 5.5 oppure 10.3 m² per capo.
Materiali e Metodi
Lo studio è stato condotto presso un allevamento commerciale di bovini da carne situato in Veneto (Italia). Sono state incluse nello studio 54 manze di razza Charolaise con età media all’arrivo pari a 13.2±1.2 mesi. All’arrivo in allevamento, gli animali sono stati assegnati casualmente in due gruppi: HIGH_D, corrispondente all’elevata densità di allevamento (5.54 m²/capo; n=26) e rappresentativo delle normali condizioni gestionali adottate dall’azienda; e LOW_D, corrispondente alla bassa densità di allevamento (10.3 m²/capo; n=28), definita come compromesso tra le esigenze di benessere animale e quelle organizzative dell’allevamento.
Lo studio ha previsto dei prelievi ematici e valutazioni ecografiche del muscolo longissimus dorsi effettuati all’arrivo (D0) e successivamente dopo 30, 60, 90 e 120 giorni (D30, D60, D90 e D120), fino alla macellazione (Figura 1).
I campioni di sangue sono stati prelevati dalla vena giugulare per eseguire l’esame emocromocitometrico.

Figura 1. Disegno delle attività e tempistiche nello studio.
L’esame ecografico del muscolo longissimus dorsi è stato eseguito sul lato destro di ciascun animale, a livello dello spazio intercostale compreso tra la dodicesima e la tredicesima costa (9). Non è stata effettuata la tosatura dell’area e come agente trasducente è stato utilizzato alcol etilico al 90%. Le immagini ecografiche sono state acquisite mediante ecografo portatile (Draminski® Ultrasound Scanner Blue, Draminski® S.A., Olsztyn, Polonia) equipaggiato con sonda lineare multifrequenza. Tutti gli esami sono stati eseguiti dallo stesso medico veterinario utilizzando impostazioni costanti: frequenza di 5.0 MHz, profondità di scansione di 15 cm, guadagno al 100% e compensazione del guadagno in profondità (Time Gain Compensation) mantenuta in posizione neutra. Per ogni valutazione sono state acquisite due immagini. Una sezione trasversale, utilizzata per determinare l’area del muscolo (RIBEYE; cm²); ed una sezione longitudinale, impiegata per misurare lo spessore del grasso sottocutaneo (Back Fat Thickness, BFT; cm); la profondità del muscolo (DEPTH; cm); e la percentuale stimata di grasso intramuscolare (Intramuscular Fat, IMF; %) (9).
Il peso vivo (Body Weight, BW; kg) è stato rilevato ai tempi D0, D60 e D120. Successivamente è stato calcolato l’incremento medio giornaliero (Average Daily Gain, ADG; kg/giorno) negli intervalli D0-D60, D60-D120 e D0-D120. Infine, presso il macello sono stati registrati la resa alla macellazione (rapporto tra peso della carcassa e peso vivo) e la classificazione qualitativa delle carcasse secondo il sistema S-EUROP (10), in conformità alla normativa nazionale ed europea vigente.
Risultati e Discussione
Il peso vivo all’arrivo e dopo 60 giorni di allevamento non differiva tra i due gruppi. Al contrario, al termine del ciclo produttivo, le manze allevate nel gruppo LOW_D presentavano un peso vivo significativamente superiore (+15.4 kg) rispetto agli animali del gruppo HIGH_D. Analogamente, l’incremento medio giornaliero registrato tra D0 e D60 non risultava influenzato dalla densità di allevamento. Tuttavia, gli animali allevati con minore densità mostravano valori di accrescimento superiori rispetto a quelli allevati ad elevata densità durante la seconda metà del ciclo produttivo (+270 g/giorno) e considerando l’intero periodo dello studio (+90 g/giorno). Inoltre, le manze del gruppo LOW_D presentavano una resa alla macellazione (+0.93%) significativamente maggiore rispetto al gruppo HIGH_D (Tabella 1).

Tabella 1. Caratteristiche generali e parametri di accrescimento secondo i due gruppi a diversa densità.
Questi risultati suggeriscono che gli effetti della superficie disponibile diventino maggiormente evidenti con l’aumentare delle dimensioni corporee e delle esigenze metaboliche degli animali. Le migliori performance produttive osservate nel gruppo LOW_D potrebbero essere attribuite a una minore competizione per l’assunzione dell’alimento. Secondo le raccomandazioni disponibili, uno spazio lineare di mangiatoia pari a circa 60 cm per animale risulta infatti adeguato quando il mangime viene distribuito ad libitum (7). Nel presente studio, la progettazione dei box consentiva l’alimentazione contemporanea di un massimo di dieci animali. Tuttavia, mentre i box del gruppo LOW_D ospitavano sette manze, quelli del gruppo HIGH_D ne ospitavano tredici, aumentando verosimilmente la competizione per l’accesso alla mangiatoia. Oltre all’effetto sul comportamento alimentare, una maggiore disponibilità di spazio potrebbe favorire un incremento dell’attività motoria spontanea, con conseguente miglior sviluppo dell’apparato muscolo-scheletrico (11).
Per quanto riguarda i parametri dell’emocromo, soltanto i neutrofili (NEU, %), linfociti (LYM, %) e monociti (MON, %) risultavano influenzati dalla densità (Figura 2). In particolare, tra D60 e D120 gli animali del gruppo LOW_D mostravano un NEU inferiore e un LYM superiore. Analogamente, tra D90 e D120, i MON risultavano inferiori nelle manze allevate a bassa densità. Analizzando l’andamento temporale, nei soggetti LOW_D i NEU e LYM rimanevano sostanzialmente stabili durante tutto il periodo dello studio. Al contrario, nel gruppo HIGH_D si osservava un progressivo aumento dei NEU accompagnato da una riduzione dei LYM dall’arrivo fino alla macellazione. Per quanto riguarda i MON, il gruppo LOW_D mostrava una progressiva diminuzione nel corso dello studio, mentre nel gruppo HIGH_D si osservava un andamento opposto.

Figura 2. Percentuale di neutrofili (NEU), linfociti (LYM) e monociti (MON) secondo i due gruppi a diversa densità. (a-c) indicano le differenze nel tempo entro gruppo, (x-y) indicano le differenze tra gruppi entro tempo.
Nei bovini adulti, i linfociti rappresentano la popolazione leucocitaria predominante, con un rapporto neutrofili/linfociti normalmente pari a circa 1:2. Il cosiddetto leucogramma da stress è generalmente caratterizzato da neutrofilia, linfopenia e, talvolta, monocitosi. Nel presente studio, il numero totale dei leucociti e le diverse popolazioni leucocitarie si sono mantenuti entro gli intervalli fisiologici in entrambi i gruppi (12-15). Tuttavia, le variazioni del gruppo ad alta densità potrebbero indicare una lieve ma persistente risposta allo stress negli animali, verosimilmente riconducibile a una maggiore competizione durante l’alimentazione.
Tutti i parametri ecografici hanno mostrato un progressivo incremento nel corso dell’intero ciclo produttivo in entrambi i gruppi, evidenziando tuttavia differenze significative in funzione della densità di allevamento (Figura 3). In particolare, il DEPTH e la RIBEYE risultavano significativamente maggiori nelle manze del gruppo LOW_D a partire da D30 fino al termine della prova. Anche il BFT era superiore nel gruppo LOW_D tra D60 e D120. Infine, il IMF risultava significativamente più elevata nelle manze allevate a bassa densità durante le ultime fasi dell’ingrasso (D90 e D120).

Figura 3. Parametri ecografici di spessore del muscolo (DEPTH), area del muscolo (RIBEYE), spessore del grasso di copertura (BFT), e percentuale di grasso intramuscolare stimata ecograficamente (IMF) secondo i due gruppi a diversa densità. (a-e) indicano le differenze nel tempo entro gruppo, (x-y) indicano le differenze tra gruppi entro tempo.
Il BFT e l’IMF aumentano progressivamente durante le fasi finali dell’ingrasso, in concomitanza con l’incremento della quota di concentrati nella razione (11). Le condizioni di stress possono ridurre l’ingestione alimentare e favorire i processi di mobilizzazione dei lipidi (16). I risultati del gruppo LOW_D appaiono coerenti con il normale processo di deposizione del grasso nei bovini da carne e supporta ulteriormente l’ipotesi di un minore livello di stress negli animali allevati a bassa densità. L’incremento sia del DEPTH sia della RIBEYE già a partire da D30 e fino al termine della prova nel gruppo a bassa densità suggeriscono che una maggiore disponibilità di spazio possa favorire lo sviluppo dell’apparato muscolo-scheletrico e determinare un incremento della massa muscolare (11,16,17).
Conclusioni
Gli animali allevati con una maggiore disponibilità di spazio (10.3 m²/capo) hanno evidenziato un incremento medio giornaliero superiore, in particolare durante la seconda metà del ciclo di ingrasso, un peso vivo finale più elevato e una migliore resa alla macellazione rispetto alle manze allevate ad alta densità (5.54 m²/capo). L’aumento della superficie disponibile è risultato inoltre associato a una maggiore deposizione sia di grasso sottocutaneo sia di grasso intramuscolare e a un migliore sviluppo della massa muscolare, come evidenziato dalle valutazioni ecografiche del muscolo longissimus dorsi. Tali risultati suggeriscono una più efficiente utilizzazione dei nutrienti e un più favorevole sviluppo dell’apparato muscolo-scheletrico negli animali allevati a bassa densità. L’assegnazione di una superficie superiore ai minimi requisiti necessari a garantire i movimenti posturali appare pertanto una strategia efficace per migliorare l’accrescimento, le caratteristiche della carcassa e, più in generale, lo stato di salute e il benessere degli animali.
Fonte: la presente nota è tratta e adattata dall’articolo scientifico “Impact of Stocking Density on Beef Heifer Productive Performance and Health Through Hematology and Longissimus Dorsi Ultrasound”, di Anastasia Lisuzzo, Giorgia Taio, Silvia Miretti, Carmine Versace, Paolo Cornale, Antonio Mimosi, Enrico Fiore, Francesca Cecchini, Chiara Tommasoni, Matteo Boso e Matteo Gianesella. DOI: 10.3389/fvets.2026.1826548.
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