Ci ricordiamo ancora da dove arriva il cibo?
La scienza conferma che stiamo perdendo il contatto con la natura, con il cibo e con il significato stesso della vita animale, soprattutto nelle aree più urbanizzate e benestanti

Se prestiamo un pò di attenzione a semplici episodi quotidiani, possiamo toccare con mano il divario sempre più marcato tra l’uomo e la natura, della quale in molti non conoscono ormai le dinamiche più elementari. Ieri sera, ad esempio, rientrando a casa, la nostra gatta ci ha fatto trovare davanti alla porta, fiera ed orgogliosa del suo dono, un piccolo uccellino da lei ucciso e ben spennato. Neanche avessero visto la peggior scena del più efferato crimine, i miei ragazzi, cresciuti comunque in un contesto rurale dove i centri estivi si svolgevano in fattoria, hanno scacciato Polly, l’artefice del misfatto, inorriditi. “La natura è questa! L’istinto del predatore è scritto nel suo corredo genetico” – ho detto loro sorridendo – ma non si sono mostrati affatto d’accordo, e l’hanno definita crudele e cattiva.
Nel dibattito che, come professionisti del settore zootecnico, portiamo avanti ormai da diverso tempo ci troviamo spesso in convegni, tavole rotonde e meeting, a riflettere su quanto i giovani stiano crescendo lontano dalle esperienze naturali e dalla vita rurale, sulle modalità con cui potremmo raccontare gli allevamenti alla gente (come si trattasse di fantascienza), su come riavvicinare i consumatori ai prodotti di origine animale e come colmare questo gap sempre più profondo che si sta creando, tra le produzioni animali e, in particolare, il mondo cittadino.
Tutti questi argomenti non sono altro che diverse declinazioni di un’unica grande tendenza che si è andata delineando dalla rivoluzione industriale in avanti, ovvero l’allontanamento dell’uomo dalla natura. Il tema è tanto affascinante quanto inquietante, e ci riguarda da vicino. Andando ad approfondirlo sono rimasta profondamente colpita dall’incredibile quantità di studi che il mondo della ricerca sta portando avanti per evidenziare questo fenomeno e dimostrare, con i dati, cosa sta succedendo.
La città più ricche sono quelle più lontane dalla natura
Secondo lo studio “Country-level factors in a failing relationship with nature: Nature connectedness as a key metric for a sustainable future”, pubblicato nel maggio 2022 su Springer Nature, le società europee più ricche e urbanizzate tendono ad avere un rapporto più debole con la natura. L’analisi, condotta su 14 Paesi europei e oltre 14.700 persone, mostra infatti che: reddito elevato, consumo tecnologico e urbanizzazione sono associati a una minore “nature connectednes”, cioè ad un minore senso di connessione emotiva e culturale con l’ambiente naturale. Lo studio evidenzia che le aree caratterizzate da alta diffusione di smartphone, forte consumo energetico e maggiore concentrazione urbana sono anche quelle dove il rapporto con la natura si indebolisce maggiormente. Al contrario, Paesi meno ricchi o più rurali mostrano livelli più alti di connessione con il paesaggio naturale e la biodiversità. Gli autori parlano di una vera e propria “estinzione dell’esperienza della natura“, legata alla vita urbana contemporanea. In parallelo, i Paesi con maggiore biodiversità mostrano invece i livelli più alti di benessere psicologico e di legame con la natura.
In questo quadro si inserisce anche una riflessione di tipo culturale e religiosa: nelle società più tradizionali, spesso meno urbanizzate e meno orientate al consumo, la natura continua a mantenere un valore simbolico, spirituale e comunitario. Al contrario, nelle società fondate sul paradigma della crescita economica, il rapporto con l’ambiente tende a diventare più utilitaristico: la natura non è più percepita come elemento sacro o identitario, ma come risorsa da gestire e consumare. È anche per questo che gli autori sostengono che il PIL e gli indici di prosperità non siano sufficienti a misurare il vero benessere delle società contemporanee.
La dimensione spirituale ed il richiamo alla responsabilità collettiva
Di questo aspetto avevamo parlato anche noi di Ruminantia in diversi articoli in cui abbiamo voluto dare voce al pensiero di Papa Francesco che, dapprima nella sua enciclica “Laudato sì” e, otto anni dopo, nell’esortazione apostolica “Laudate Deum” (qui), ha collegato direttamente crisi climatica, modello economico e perdita del rapporto spirituale con la natura, descrivendo il cambiamento climatico non solo come un problema ambientale, ma piuttosto come una crisi morale e culturale prodotta proprio da un paradigma fondato sulla crescita illimitata e sul consumo. In questa prospettiva, la religione assume quasi una funzione correttiva rispetto alla modernità: dove il benessere economico tende a trasformare la natura in una risorsa da sfruttare, la dimensione spirituale richiama invece il concetto di custodia, limite e responsabilità collettiva. Per questo il Papa lega ambiente, giustizia sociale e futuro delle nuove generazioni, ricordando che “tutto è collegato” e che non può esistere vero progresso se si rompe il rapporto tra uomo, comunità e natura.
Alcuni dati scientifici sul crescente gap uomo-natura
Un altro interessante articolo che affronta il tema, è quello di Miles Richardson, famoso psicologo britannico, professore presso l’Università di Derby nel Regno Unito, pubblicato sulla rivista Earth nel 2025 ed intitolato “Modelling Nature Connectedness Within Environmental Systems: Human-Nature Relationships from 1800 to 2020 and Beyond“. In questo lavoro si analizzano oltre 200 anni di trasformazioni sociali e ambientali, dal 1800 al 2020, per capire come sia cambiato il rapporto tra esseri umani e natura. I ricercatori hanno costruito un modello socio-ecologico che mette insieme diversi fattori: crescita urbana, aumento della popolazione, industrializzazione, diffusione della tecnologia, perdita di biodiversità, disponibilità di spazi verdi e livello di “nature connectedness”.
Uno dei dati più significativi riguarda l’urbanizzazione mondiale, passata dal 7,3% della popolazione nel 1800 all’82,7% nel 2020. Questo processo ha progressivamente ridotto le esperienze quotidiane di contatto con la natura, e anche qui si evidenzia che il fenomeno avviene soprattutto nelle società economicamente più sviluppate. Lo studio prende in considerazione anche effetti culturali e generazionali: meno tempo trascorso nella natura significa meno familiarità con paesaggi, animali, stagioni e pratiche rurali, fino alla perdita di conoscenze e linguaggi tradizionali legati all’ambiente. Gli autori sostenengono che il distacco crescente tra uomo e ambiente può diventare un vero e proprio punto critico sociale ed ecologico, con effetti su salute mentale, comportamenti ambientali e capacità collettiva di affrontare la crisi climatica.
Allontanamento dalla natura e salute mentale: ecco il nesso
E, a proposito di salute mentale, anche in questo ambito molti studi parlano e indagano le difficoltà generate dalla crisi nel rapporto uomo – natura. Uno di questi, pubblicato nell’agosto 2022 sul Journal of Environmental Psychology ed intitolato “Affective responses to urban but not to natural scenes depend on inter-individual differences in childhood nature exposur“, analizza proprio come il contatto con la natura influenzi benessere psicologico e comportamento ambientale. Su un campione di quasi 5.000 adulti inglesi, i ricercatori hanno scoperto che visitare ambienti naturali almeno una volta a settimana è associato a una migliore salute percepita e a comportamenti più sostenibili. Il dato centrale è che non basta vivere vicino al verde: conta soprattutto il senso di connessione con la natura, cioè il sentirsi parte dell’ambiente naturale. Le persone con livelli più alti di “nature connectedness” mostrano maggiore benessere, più attenzione ecologica e stili di vita più sostenibili. Lo studio suggerisce quindi che la crisi ambientale non sia solo un problema ecologico, ma anche e soprattutto culturale e psicologico: più le società si urbanizzano e si allontanano dall’esperienza diretta della natura, più diminuisce la propensione a proteggerla, più aumentano i disagi piscologici.
Una tendenza che riguarda anche la produzione culturale
Un interessante articolo pubblicato su Linkiesta ed intitolato “La produzione culturale si è dimenticata della natura” mette in evidenza un ulteriore aspetto che fa riflettere molto, ed è quello della drastica riduzione nell’utilizzo di parole legate alla natura nei titoli delle canzoni o nelle ambientazioni dei film. Ad esempio lo studio “Historical evidence for nature disconnection in a 70-year time series of Disney animated Films” pubblicato sul Sage Journals già nel 2014, evidenzia la riduzione della centralità delle ambientazioni naturali, combinata con la semplificazione della complessità ecologica e l’aumento dell’antropizzazione nei contenuti video, dimostrando la tesi di una progressiva disconnessione dalla natura nei prodotti culturali contemporanei.
Quali sono gli effetti di tutto ciò sul settore delle produzioni animali?
È lampante e scontato che tutto ciò che la scienza sta dimostrando con innumerevoli studi ha un impatto enorme sul nostro comparto, perché, chiaramente, l’allontanamento crea la mancanza di conoscenza, e il non conoscere crea diffidenza, paura e pregiudizio.
Andiamo sempre più incontro a una completa idealizzazione e all’illusione di una vita bucolica, che nulla ha a che vedere con la vita a contatto con la natura, dove la realtà è che quella natura è anche spietata e crudele… è un mondo, quello reale, in cui il gattino e l’uccellino non sono e non potranno mai essere amici. E allora che possiamo fare? Io credo che l’unica via percorribile sia quella di una rapida presa di coscienza e un urgente riavvicinamento uomo-natura, tornare ad avere un rapporto diretto con il proprio cibo e con chi lo produce, e, proprio per questo, voglio concludere questa lunga riflessione proponendo alcuni passaggi di un testo scritto da Giuliano Milana, dottore in scienze naturali con un PhD in biologia animale e vicepresidente di AIW, che si intitola: “Da quando non vediamo più ciò che ci nutre“:
«[…] la maggioranza degli esseri umani non ha più alcun rapporto diretto con il proprio cibo.
Non sa come nasce, chi lo produce, quali vite lo accompagnano.
Non vede la morte, non vede la sofferenza.
Non vede nulla.
Il supermercato è diventato una sorta di tempio moderno: scaffali pieni, tutto disponibile “on demand”, in ogni stagione, sempre impacchettato e presentabile.
Comodo. E pericolosamente comodo.
Perché quando il cibo è a un passo, ma la produzione è lontana, accade qualcosa:
si creano sovrastrutture morali, si riscrivono sensibilità ed etiche.
Ci si indigna per la fine di una vita animale vicina, e si ignora quella che avviene lontano dagli occhi ma non per questo meno reale.
La morte non sparisce mai.
Si sposta.
Diventa industriale, asettica, invisibile.
Ed è proprio questa invisibilità che genera una nuova verità “urbana”:
un racconto in cui l’uomo moderno si percepisce consumatore puro, slegato dalla terra, dalla fatica, dalla vita e dalla morte che lo sostengono.
Per millenni la fame, la fame vera, non permetteva ipocrisie.
Quando il cibo era frutto del rapporto diretto con la natura, con gli animali, con la terra, si sapeva che la sopravvivenza è un equilibrio fragile, mai garantito, e che ogni vita nutre un’altra vita.
Quando la tua stessa sopravvivenza è in gioco, non esiste il “mi piace” o “non mi piace”:
conta solo ciò che ti nutre.
E la morte di un altro essere vivente, che vedi con i tuoi occhi e di cui hai piena contezza, diventa parte inevitabile di quel fragile equilibrio che ti permette di restare al mondo.
Oggi no.
Gli animali muoiono comunque, ma lontano dai nostri sguardi.
Guardiamo schermi che costruiscono nuove realtà e ci convincono che si possa vivere da “adulatori pagani” di divinità che non conosciamo, apparentemente, senza sporcarci le mani, senza porci domande, senza assumerci responsabilità.
Non serve moralismo. Serve memoria.
Serve ricordare che esiste un prezzo, per tutto: anche per ciò che crediamo gratuito.
La civiltà inizia quando l’uomo si ferma a guardare ciò che lo nutre.
E forse è il momento di tornare a farlo».



















































































GDPR Compliant