Due scuole di pensiero si confrontano, ma tra queste è necessario sapere che esiste anche una terza via!
Una riflessione ampia e personale sul confronto tra modelli zootecnici, sulla necessità di nuove strade e sul sorprendente caso della razza brasiliana Girolando, oggi protagonista silenziosa di una rivoluzione produttiva globale

Pochi giorni fa ho telefonato ad Alessandro (io e il dott. Fantini non ci conosciamo da molto ma da subito ci è venuto naturale darci del tu) chiedendogli se avesse mai sentito parlare, e/o se si fosse già interessato alla razza brasiliana di vacche da latte che si chiama Girolando1, e lui, sorpreso, mi ha candidamente confessato che non aveva idea di cosa stessi parlando. Gli ho chiesto allora di aprire internet, di digitare Girolando e di farmi sapere!
La risposta è arrivata poco dopo, e da quanto mi è parso di capire, il dato che più lo ha sorpreso è quello relativo al fatto che ben l’83% del latte prodotto in quella nazione, grande come un continente, viene proprio da quella razza.
E non stiamo parlando di cosa da poco, perché il Brasile conta circa 16 milioni di capi da latte tra vacche e allevo e produce circa 36 milioni di tonnellate di latte bovino, un quantitativo tale da rappresentare il 14% di tutto il latte prodotto nel mondo2; con una produzione media che si aggira intorno ai 40 q.li3, ma con punte anche superlative come vedremo tra poco.
Visti questi dati oggettivamente impressionanti, Alessandro mi ha chiesto di scrivere un articolo, cosa che mi ha fatto sorridere perché mi riporta indietro a un tempo quando ancora mi occupavo attivamente della selezione della Frisona italiana; un tempo dal quale io sono formalmente uscito venticinque anni fa, ma che occasionalmente riaffiora nella mia vita quasi fosse l’isola Ferdinandea4 nel Canale di Sicilia.
Ecco allora spiegato il perché, nello scrivere questo articolo, ho scelto di anticiparlo con una introduzione e poi una premessa; ben sapendo che, malgrado il tono leggero che proverò a mantenere, mi appresto a trattare molto più che un articolo di divulgazione, visto che ne approfitterò per andare a toccare temi decisamente seri e complessi!
Introduzione
Niente da fare, sono stato e sono un tipo decisamente eterodosso: pur essendo nato in una delle più importanti aziende zootecniche italiane, da una famiglia dove da generazioni siamo d’uso dirigere grandi o importanti allevamenti5, ho sempre letto le prospettive della zootecnia a modo mio.
Se non fosse stato così non avrei scelto Sunnyside Complete6, ma più ancora non sarei andato in Niger e in Mali per cercare di capire quali fossero le tecniche che i Peul7 utilizzano per gestire le loro mandrie, o non sarei andato alle Azzorre8 per vedere come gli isolani si prendono cura delle loro mandrie allevate completamente all’aperto senza la benché minima struttura stabile, oppure non sarei andato in Nicaragua a cercare di pianificare la salvaguardia della razza di vacche Reyna che, pur assicurando produzioni di latte tra il 30 e il 40% superiori a quelle della restante popolazione Criolla, mantiene un grado di rusticità e di adattamento assolutamente invidiabile9.
Tutto questo da confrontare con i quattro viaggi di studio negli Stati Uniti pagati dal Professore10 e che hanno rinforzato il mio approccio scientifico nella gestione di un allevamento di vacche da latte! E dopo aver raccontato questi presupposti passiamo ora alla premessa!
Premessa: la frattura fra due modelli zootecnici
Due scuole di pensiero si confrontano, praticamente ignorandosi, anzi combattendosi, all’interno della zootecnia da latte vaccino italiana. La prima, assolutamente maggioritaria, punta a massimizzare la produttività dei singoli animali, così da portare le medie produttive degli allevamenti a record che erano inimmaginabili solo fino a pochi decenni fa.
Il modello intensivo
Questo modello di allevamento, che nella vulgata comune viene definito come “intensivo” o “industriale”, caratterizzato da questi termini che vanno progressivamente assumendo per l’opinione pubblica una manifesta connotazione negativa, si concentra essenzialmente nelle zone pianeggianti della Pianura Padana e in alcune di quelle aree del nostro Paese rimodellate dalle bonifiche novecentesche, e punta a ottenere i necessari risultati economici dall’abbattimento dei costi di produzione ottenuto aggredendo principalmente i costi dell’alimentazione e quelli della mano d’opera11.
Questo spiega i necessari e spesso gravosi investimenti in nuove tecnologie12, l’utilizzo di razze a cui tutti riconoscono attitudini lattiere particolarmente spinte13, e la necessità di un aumento costante dei capi allevati per cercare di contenere le spese generali che, malgrado tutti gli sforzi, diventano anno per anno sempre crescenti.
Tutto ciò genera una specie di spirale che si involve su se stessa e porta gli allevatori a cercare, vista la scarsa redditività della vendita dei vitelli maschi e quella delle vacche a fine carriera, delle fonti alternative di introiti, com’è stato l’uso degli escrementi per produrre biogas14.
Questo è anche un modello che deve costantemente confrontarsi con una politica comunitaria che cerca di correggerlo15: nei temi legati allo smaltimento dei reflui, nelle attenzioni sanitarie al latte prodotto e alla carne degli animali mandati al macello, nelle accuse generalizzate di inquinamento dei terreni e dell’aria, senza sottovalutare i sempre più aggressivi attacchi di quella parte delle popolazione che denuncia la sua crudeltà intrinseca, e di quei consumatori che vanno progressivamente abbandonando il consumo di latte per indirizzarsi su latti vegetali16.
Visto che chi produce lo fa per venire incontro ai bisogni, ma anche ai desideri dei consumatori, e che la politica è indirizzata dai sentimenti generali dell’opinione pubblica, credo si possa dire che questo è un modello che non gode di buona considerazione e che avrebbe bisogno di una seria riflessione, anche sulle forme di comunicazione che devono andare oltre il semplice arrocco!
Il modello semiestensivo
In contrapposizione e/o in alternativa a questo possiamo dire che, risalendo le colline o insistendo su aree che l’agricoltura industriale considera marginali, c’è un altro tipo di allevamento, quello che utilizzando un concetto classico possiamo chiamare semiestensivo.
E’ un modello che punta non sulla produttività ma sul valore organolettico del latte prodotto e questa scelta fa sì che lo sbocco naturale non sia quello del latte da destinare al consumo diretto o industriale, ma piuttosto quello della sua trasformazione in prodotti caseari di più alto valore aggiunto.
Gli allevamenti di questo tipo sono generalmente famigliari, così da far in modo che il costo della mano d’opera non sia contabilizzato nei costi generali, e di fatto si incardina su allevamenti con un numero limitato di capi e su bassi investimenti in infrastrutture e/o innovazioni.
La base produttiva di questi allevamenti sono spesso le razze di vacche locali di cui l’Italia è così ricca da darmi lo spazio per citarne solo alcune: dalla Reggiana alla Cabannina, dalla Pinzgauer o dalla Valdostana delle Alpi, giù giù fino alla Cinisara della Sicilia. Tra quelle locali ci sono anche razze che, sempre usando una terminologia classica, possiamo definire a duplice attitudine, come la Pezzata rossa, tutte indistintamente in fase di recupero ed espansione17.
La condizione necessaria per assicurare la validità di questo modello è la vendita diretta, che saltando gli intermediatori consente un margine di profitto via via più alto a seconda del valore dei prodotti e dei territori18.
Come ho già detto, stiamo parlando di un modello marginale, poco idoneo ad assicurare la necessità nazionale di latte fresco sia per il consumo diretto che per quello dell’industria, ma di certo un modello che ha dalla sua una particolare “benevolenza” dei consumatori, tranne di quelle frange, per ora marginali, che comunque criticano qualsiasi forma di dominio degli uomini sugli animali19.
La contrapposizione tra i sostenitori dell’uno o dell’altro modello mi era ben chiara diversi anni prima del passaggio a questo millennio, e ha occupato molto il mio pensiero nello scegliere quale fosse la strategia selettiva migliore da seguire per assicurare alla T.P. Carandini il mantenimento di una primogenitura recuperata con grande sforzo20.
Come già detto mi sono sempre considerato uno zootecnico eterodosso e, sebbene io sia orgogliosamente romano21, dai miei quattro nonni e otto bisnonni lodigiani-cremonesi mi viene un’attitudine alla riflessione sui temi della zootecnia che credo abbia visto il punto più alto in mio bisnonno Angelo, nella sua conduzione di quello che allora era considerato uno dei migliori allevamenti italiani di vacche Bruno Alpine nei primi anni del Novecento22.
Riflessioni tecniche e scelte selettive fuori dal coro
Nel mio quasi trentennale lavoro per la Torre in Pietra Carandini con il Professore23, spesso ci siamo soffermati sulle problematiche che proprio il modello industriale poneva agli allevamenti, partendo dalla comune idea che la selezione e il management non modificano la potenzialità produttiva dell’animale, ma al massimo l’adattano ai diversi modelli imprenditoriali.
Dico questo perché penso che nessuna gestione può incidere sulle caratteristiche intrinseche della specie: una popolazione di vacche da latte ha un potenziale di produzione medio di poco inferiore ai 300 q.li nell’arco della sua vita e la sola differenza sta nel fatto che un allevamento intensivo preleva quel potenziale in due-tre cicli produttivi, mentre un allevamento estensivo in cinque-sei o anche più, e questi cicli si avvicineranno alle annualità tanto più sarà blanda l’intensità di sfruttamento e la qualità della gestione di quegli animali.
Fu per questa e altre ragioni che decisi, in accordo con il Professore, di sperimentare degli incroci tra le nostre Frisone e un piccolo pool scelto tra tori di razza Bruna24, Reggiana e Cabannina, per incrementare surrettiziamente quei valori di rusticità, adattabilità e soprattutto longevità che a mio avviso stavamo perdendo25.
I risultati furono ottimi: produzione, residuo grasso e proteico, fertilità, resistenza alle zoopatie, i dati che mi aspettavo vennero e furono anche migliori delle aspettative.
Inserii quel progetto all’interno di un’idea molto più complessa che prevedeva l’uso di embriotransfert e pubblicai il tutto su un numero di Bianco e Nero che accolse l’articolo con un po’ di malumore e solo su pressione del Professore, a cui era difficile dire di no! Il caro amico Mauro Carra, alcuni anni dopo, mi dirà: “tu non sai in redazione che casino sollevò quell’articolo, e ti assicuro che allora ti ho odiato per quello che avevi scritto e pensato”!!!
Già allora ero cosciente che due modernità si confrontavano senza trovare un punto pur necessario di mediazione o di comunicazione: quella che puntava sulle tecnologie (sale di mungitura automatizzate, contapassi multifunzionali, ambienti climatizzati, uso di farmaci specializzati, e nei campi droni, mezzi a guida autonoma, etc. etc.) e quella che riteneva necessario lo sviluppo di nuovi modelli etologici da applicare alla gestione delle mandrie. Ma su questo non mi dilungo, perché dovrei fare una trattazione a parte per sperare di essere capito, malgrado sia del tutto evidente che l’etologia26 di un animale o di una mandria si coniuga necessariamente con l’economia!
Il potenziale dell’incrocio come risposta alle nuove fragilità
Perché sto rivangando qui lontani ricordi? Perché di fronte a delle razze (tra cui la mia amata Frisona) che l’accettazione acritica di modello ha portato a un livello di consanguineità che ha come conseguenza sterilità, scarsa longevità, fragilità endocrina e difficoltà di adattamento agli sbalzi climatici27, l’idea dell’incrocio rimane a mio avviso vincente.
E badate bene, la mia idea non era fine a se stessa, ma finalizzata in prospettiva alla costituzione di una nuova razza che avesse proprio la Frisona come punto di partenza.
La terza via: ciò che il Brasile ha già realizzato
Ed eccoci finalmente arrivati al focus di questo scritto perché quello che mi sarebbe piaciuto fare allora lo stavano già facendo gli allevatori brasiliani che, proprio partendo da tori frisoni (diciamo Holstein per esattezza) incrociati con le vacche indiane zebunoidi chiamate Gir28, hanno selezionato questa nuova razza chiamata Girolando29.
Ora, mica bisogna essere geni per capire quello che il 99% dei potenziali lettori stanno dicendo: incrociata con uno zebù, seeeee!!! Ma va là!! Che cavolo ne può venir fuori di utile o di interessante!
Così mi sono premurato di mettere qui sotto la foto della “Marília FIV Teatro de Naylo” (i brasiliani danno alle vacche dei nomi più sbrilluccicanti delle loro ballerine alle sfilate del Carnevale di Rio), che, come dice in spagnolo il sito https://www.ganaderosvip.com/post/la-poderosa-raza-girolando-su-historia-caracter:
La vaca Girolando más productiva de la historia. ¿Sabías que una vaca Girolando rompió récords mundiales?… Marília FIV Teatro de Naylo, el 3 de agosto de 2019, durante el 34º Torneo de Arenas de Leche, logró producir más de 127 kg de leche en un solo día. ¡Impresionante, verdad? Es un ejemplo del potencial que esta raza tiene cuando se combina genética de calidad con un manejo excepcional.
Una trascrizione che non penso abbia bisogno di traduzione!

Figura 1- Ecco Marília FIV Teatro de Naylo….e confesso che la statura, le forme, l’evidente potenza espressiva e produttiva di questa vacca mi emozionano.
Ora, che qualcosa di significativo si stesse muovendo in paesi di cui ignoriamo completamente professionalità, efficienza gestionale e performance economiche, se n’era accorta anche la stampa nazionale, visto che lo scorso anno è comparsa su diversi giornali la notizia che qui riprendo dal Fatto Quotidiano in un articolo dell’11 giugno 2024:
Ha vinto il titolo di Miss Sud America al concorso “Campione del mondo”, in Texas. Stiamo parlando di Viatina-19 FIV Mara Imóveis, una mucca che vale ben 4 milioni di dollari. No, non perché è bella. O almeno non solo. Il bovino si trova ora in Brasile ed è sorvegliato h24 da telecamere e da una guardia armata. Non manca un veterinario, sia mai che la mucca appena venduta all’asta per questa cifra da Guinness World Record30 dovesse avere un piccolo problema. Viatina-19 è robusta e lo diventa sempre di più, acquisendo velocemente massa muscolare. Questa caratteristica la trasmette anche alla prole e dunque anche i suoi ovociti valgono molto (250.000 dollari). Di Viatina-19 si apprezzano anche la postura, la solidità dello zoccolo, la docilità, l’abilità materna e, appunto, la bellezza. “Non macelliamo bestiame d’élite. Li stiamo allevando. E alla fine di tutto questo, nutriremo il mondo intero” ha spiegato Ney Pereira, proprietario dell’allevamento dove si trova la mucca31 “d’oro”. Molti sono i visitatori, curiosi o studenti di veterinaria, che vanno a osservare questo splendido esemplare.

Figura 2 – Viatina-19 FIV Mara Imóveis è una vacca di razza Nelore (una razza zebuina) che proviene dallo stato dell’Andhra Pradesh in India e discende dal bestiame Ongole. E ora ammettiamolo: nessuno di noi ha mai sentito parlare di queste razze il che vuol dire che saremo pure allevatori di vacche da latte, ma nella realtà siamo delle capre, perché il Mondo è grande e molto più vasto del nostro cortile di casa!
Riporto questa notizia solo per dire che sbaglieremmo a sottovalutare il potenziale dirompente che a me pare intrinseco nella razza Girolando, sia per quanto riguarda gli allevamenti “industriali”, che su quei terreni marginali dove il ruolo ecologico del pascolamento diventerà un obbligo per un paese orograficamente tanto complesso quanto il nostro32.
Tanto quanto sbaglieremmo nel ridicolizzare il bestiame zebù, la professionalità degli allevatori Peul o le tecniche di gestione degli allevatori delle Azzorre.
Uno sguardo al futuro: oltre le certezze consolidate
Perché la filosofia e gli approcci che sono dietro ai diversi modelli di gestione sono vari, diversificati e di sicuro così ben ragionati da non permetterci di pensare che il nostro sia l’unico e/o il migliore sistema per allevare vacche da latte.
E personalmente ho come la certezza che dietro la sigla BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), ci sia molto di più di quello che immaginiamo, e che forse è arrivato il momento di cominciare a guardare con interesse e modestia anche a quello che dei bravi allevatori stanno facendo in altre parti del mondo.
Solo per chiarire il modello perseguito dagli allevatori brasiliani, riporto di seguito lo schema che facilmente si può applicare da altre parti e con altre razze.

Figura 3 – Questo schema selettivo è preso dal sito: https://zoovetesmipasion.com/ganaderia/razas-bovina/raza-girolando che invito a visitare.
Per avere una più ampia idea di cosa sia la Girolando vedi:
www.youtube.com/watch?v=toa8ZWD61Do
www.girolando.com.br/girolando/sobre-a-raca
sitioagropecuario.com/girolando-ganado-lechero-tropical-por-excelencia/
agron.com.br/noticias/animais-e-criacoes/raca-girolando-historia-caracteristicas-variacoes/
revistageneticabovina.com/mejoramiento-genetico/girolando/
Per le tematiche che percorrono, scuotendolo, il mondo zootecnico dei paesi occidentali ho chiesto invece a ChatGPT di selezionarmi una sitologia. Questo è quindi il risultato estrapolato dai siti italiani che inizia dicendo: questo contributo vuole stimolare il dibattito su approcci innovativi all’allevamento, la sostenibilità delle filiere e il ruolo delle razze composite per il futuro della produzione lattiero-casearia globale, nel rispetto dell’ambiente e della dignità animale.
Mi diverte pensare che l’A.I. fa onore al lavoro di stimolo e di approfondimento che in questi anni ha svolto Alessandro e i suoi collaboratori/trici con la sua Ruminantia! Per questo non possiamo che affermare: grazie Alessandro!



















































































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