Due scuole di pensiero si confrontano, ma tra queste è necessario sapere che esiste anche una terza via!

Una riflessione ampia e personale sul confronto tra modelli zootecnici, sulla necessità di nuove strade e sul sorprendente caso della razza brasiliana Girolando, oggi protagonista silenziosa di una rivoluzione produttiva globale

girolando-vacca
10 Novembre, 2025

Pochi giorni fa ho telefonato ad Alessandro (io e il dott. Fantini non ci conosciamo da molto ma da subito ci è venuto naturale darci del tu) chiedendogli se avesse mai sentito parlare, e/o se si fosse già interessato alla razza brasiliana di vacche da latte che si chiama Girolando1, e lui, sorpreso, mi ha candidamente confessato che non aveva idea di cosa stessi parlando. Gli ho chiesto allora di aprire internet, di digitare Girolando e di farmi sapere!

La risposta è arrivata poco dopo, e da quanto mi è parso di capire, il dato che più lo ha sorpreso è quello relativo al fatto che ben l’83% del latte prodotto in quella nazione, grande come un continente, viene proprio da quella razza.

E non stiamo parlando di cosa da poco, perché il Brasile conta circa 16 milioni di capi da latte tra vacche e allevo e produce circa 36 milioni di tonnellate di latte bovino, un quantitativo tale da rappresentare il 14% di tutto il latte prodotto nel mondo2; con una produzione media che si aggira intorno ai 40 q.li3, ma con punte anche superlative come vedremo tra poco.

Visti questi dati oggettivamente impressionanti, Alessandro mi ha chiesto di scrivere un articolo, cosa che mi ha fatto sorridere perché mi riporta indietro a un tempo quando ancora mi occupavo attivamente della selezione della Frisona italiana; un tempo dal quale io sono formalmente uscito venticinque anni fa, ma che occasionalmente riaffiora nella mia vita quasi fosse l’isola Ferdinandea4 nel Canale di Sicilia.

Ecco allora spiegato il perché, nello scrivere questo articolo, ho scelto di anticiparlo con una introduzione e poi una premessa; ben sapendo che, malgrado il tono leggero che proverò a mantenere, mi appresto a trattare molto più che un articolo di divulgazione, visto che ne approfitterò per andare a toccare temi decisamente seri e complessi!

Introduzione

Niente da fare, sono stato e sono un tipo decisamente eterodosso: pur essendo nato in una delle più importanti aziende zootecniche italiane, da una famiglia dove da generazioni siamo d’uso dirigere grandi o importanti allevamenti5, ho sempre letto le prospettive della zootecnia a modo mio.

Se non fosse stato così non avrei scelto Sunnyside Complete6, ma più ancora non sarei andato in Niger e in Mali per cercare di capire quali fossero le tecniche che i Peul7 utilizzano per gestire le loro mandrie, o non sarei andato alle Azzorre8 per vedere come gli isolani si prendono cura delle loro mandrie allevate completamente all’aperto senza la benché minima struttura stabile, oppure non sarei andato in Nicaragua a cercare di pianificare la salvaguardia della razza di vacche Reyna che, pur assicurando produzioni di latte tra il 30 e il 40% superiori a quelle della restante popolazione Criolla, mantiene un grado di rusticità e di adattamento assolutamente invidiabile9.

Tutto questo da confrontare con i quattro viaggi di studio negli Stati Uniti pagati dal Professore10 e che hanno rinforzato il mio approccio scientifico nella gestione di un allevamento di vacche da latte! E dopo aver raccontato questi presupposti passiamo ora alla premessa!

Premessa: la frattura fra due modelli zootecnici

Due scuole di pensiero si confrontano, praticamente ignorandosi, anzi combattendosi, all’interno della zootecnia da latte vaccino italiana. La prima, assolutamente maggioritaria, punta a massimizzare la produttività dei singoli animali, così da portare le medie produttive degli allevamenti a record che erano inimmaginabili solo fino a pochi decenni fa.

Il modello intensivo

Questo modello di allevamento, che nella vulgata comune viene definito come “intensivo” o “industriale”, caratterizzato da questi termini che vanno progressivamente assumendo per l’opinione pubblica una manifesta connotazione negativa, si concentra essenzialmente nelle zone pianeggianti della Pianura Padana e in alcune di quelle aree del nostro Paese rimodellate dalle bonifiche novecentesche, e punta a ottenere i necessari risultati economici dall’abbattimento dei costi di produzione ottenuto aggredendo principalmente i costi dell’alimentazione e quelli della mano d’opera11.

Questo spiega i necessari e spesso gravosi investimenti in nuove tecnologie12, l’utilizzo di razze a cui tutti riconoscono attitudini lattiere particolarmente spinte13, e la necessità di un aumento costante dei capi allevati per cercare di contenere le spese generali che, malgrado tutti gli sforzi, diventano anno per anno sempre crescenti.

Tutto ciò genera una specie di spirale che si involve su se stessa e porta gli allevatori a cercare, vista la scarsa redditività della vendita dei vitelli maschi e quella delle vacche a fine carriera, delle fonti alternative di introiti, com’è stato l’uso degli escrementi per produrre biogas14.

Questo è anche un modello che deve costantemente confrontarsi con una politica comunitaria che cerca di correggerlo15: nei temi legati allo smaltimento dei reflui, nelle attenzioni sanitarie al latte prodotto e alla carne degli animali mandati al macello, nelle accuse generalizzate di inquinamento dei terreni e dell’aria, senza sottovalutare i sempre più aggressivi attacchi di quella parte delle popolazione che denuncia la sua crudeltà intrinseca, e di quei consumatori che vanno progressivamente abbandonando il consumo di latte per indirizzarsi su latti vegetali16.

Visto che chi produce lo fa per venire incontro ai bisogni, ma anche ai desideri dei consumatori, e che la politica è indirizzata dai sentimenti generali dell’opinione pubblica, credo si possa dire che questo è un modello che non gode di buona considerazione e che avrebbe bisogno di una seria riflessione, anche sulle forme di comunicazione che devono andare oltre il semplice arrocco!

Il modello semiestensivo

In contrapposizione e/o in alternativa a questo possiamo dire che, risalendo le colline o insistendo su aree che l’agricoltura industriale considera marginali, c’è un altro tipo di allevamento, quello che utilizzando un concetto classico possiamo chiamare semiestensivo.

E’ un modello che punta non sulla produttività ma sul valore organolettico del latte prodotto e questa scelta fa sì che lo sbocco naturale non sia quello del latte da destinare al consumo diretto o industriale, ma piuttosto quello della sua trasformazione in prodotti caseari di più alto valore aggiunto.

Gli allevamenti di questo tipo sono generalmente famigliari, così da far in modo che il costo della mano d’opera non sia contabilizzato nei costi generali, e di fatto si incardina su allevamenti con un numero limitato di capi e su bassi investimenti in infrastrutture e/o innovazioni.

La base produttiva di questi allevamenti sono spesso le razze di vacche locali di cui l’Italia è così ricca da darmi lo spazio per citarne solo alcune: dalla Reggiana alla Cabannina, dalla Pinzgauer o dalla Valdostana delle Alpi, giù giù fino alla Cinisara della Sicilia.  Tra quelle locali ci sono anche razze che, sempre usando una terminologia classica, possiamo definire a duplice attitudine, come la Pezzata rossa, tutte indistintamente in fase di recupero ed espansione17.

La condizione necessaria per assicurare la validità di questo modello è la vendita diretta, che saltando gli intermediatori consente un margine di profitto via via più alto a seconda del valore dei prodotti e dei territori18.

Come ho già detto, stiamo parlando di un modello marginale, poco idoneo ad assicurare la necessità nazionale di latte fresco sia per il consumo diretto che per quello dell’industria, ma di certo un modello che ha dalla sua una particolare “benevolenza” dei consumatori, tranne di quelle frange, per ora marginali, che comunque criticano qualsiasi forma di dominio degli uomini sugli animali19.

La contrapposizione tra i sostenitori dell’uno o dell’altro modello mi era ben chiara diversi anni prima del passaggio a questo millennio, e ha occupato molto il mio pensiero nello scegliere quale fosse la strategia selettiva migliore da seguire per assicurare alla T.P. Carandini il mantenimento di una primogenitura recuperata con grande sforzo20.

Come già detto mi sono sempre considerato uno zootecnico eterodosso e, sebbene io sia orgogliosamente romano21, dai miei quattro nonni e otto bisnonni lodigiani-cremonesi mi viene un’attitudine alla riflessione sui temi della zootecnia che credo abbia visto il punto più alto in mio bisnonno Angelo, nella sua conduzione di quello che allora era considerato uno dei migliori allevamenti italiani di vacche Bruno Alpine nei primi anni del Novecento22.

Riflessioni tecniche e scelte selettive fuori dal coro

Nel mio quasi trentennale lavoro per la Torre in Pietra Carandini con il Professore23, spesso ci siamo soffermati sulle problematiche che proprio il modello industriale poneva agli allevamenti, partendo dalla comune idea che la selezione e il management non modificano la potenzialità produttiva dell’animale, ma al massimo l’adattano ai diversi modelli imprenditoriali.

Dico questo perché penso che nessuna gestione può incidere sulle caratteristiche intrinseche della specie: una popolazione di vacche da latte ha un potenziale di produzione medio di poco inferiore ai 300 q.li nell’arco della sua vita e la sola differenza sta nel fatto che un allevamento intensivo preleva quel potenziale in due-tre cicli produttivi, mentre un allevamento estensivo in cinque-sei o anche più, e questi cicli si avvicineranno alle annualità tanto più sarà blanda l’intensità di sfruttamento e la qualità della gestione di quegli animali.

Fu per questa e altre ragioni che decisi, in accordo con il Professore, di sperimentare degli incroci tra le nostre Frisone e un piccolo pool scelto tra tori di razza Bruna24, Reggiana e Cabannina, per incrementare surrettiziamente quei valori di rusticità, adattabilità e soprattutto longevità che a mio avviso stavamo perdendo25.

I risultati furono ottimi: produzione, residuo grasso e proteico, fertilità, resistenza alle zoopatie, i dati che mi aspettavo vennero e furono anche migliori delle aspettative.

Inserii quel progetto all’interno di un’idea molto più complessa che prevedeva l’uso di embriotransfert e pubblicai il tutto su un numero di Bianco e Nero che accolse l’articolo con un po’ di malumore e solo su pressione del Professore, a cui era difficile dire di no! Il caro amico Mauro Carra, alcuni anni dopo, mi dirà: “tu non sai in redazione che casino sollevò quell’articolo, e ti assicuro che allora ti ho odiato per quello che avevi scritto e pensato”!!!

Già allora ero cosciente che due modernità si confrontavano senza trovare un punto pur necessario di mediazione o di comunicazione: quella che puntava sulle tecnologie (sale di mungitura automatizzate, contapassi multifunzionali, ambienti climatizzati, uso di farmaci specializzati, e nei campi droni, mezzi a guida autonoma, etc. etc.) e quella che riteneva necessario lo sviluppo di nuovi modelli etologici da applicare alla gestione delle mandrie. Ma su questo non mi dilungo, perché dovrei fare una trattazione a parte per sperare di essere capito, malgrado sia del tutto evidente che l’etologia26 di un animale o di una mandria si coniuga necessariamente con l’economia!

Il potenziale dell’incrocio come risposta alle nuove fragilità

Perché sto rivangando qui lontani ricordi? Perché di fronte a delle razze (tra cui la mia amata Frisona) che l’accettazione acritica di modello ha portato a un livello di consanguineità che ha come conseguenza sterilità, scarsa longevità, fragilità endocrina e difficoltà di adattamento agli sbalzi climatici27, l’idea dell’incrocio rimane a mio avviso vincente.

E badate bene, la mia idea non era fine a se stessa, ma finalizzata in prospettiva alla costituzione di una nuova razza che avesse proprio la Frisona come punto di partenza.

La terza via: ciò che il Brasile ha già realizzato

Ed eccoci finalmente arrivati al focus di questo scritto perché quello che mi sarebbe piaciuto fare allora lo stavano già facendo gli allevatori brasiliani che, proprio partendo da tori frisoni (diciamo Holstein per esattezza) incrociati con le vacche indiane zebunoidi chiamate Gir28, hanno selezionato questa nuova razza chiamata Girolando29.

Ora, mica bisogna essere geni per capire quello che il 99% dei potenziali lettori stanno dicendo: incrociata con uno zebù, seeeee!!! Ma va là!! Che cavolo ne può venir fuori di utile o di interessante!

Così mi sono premurato di mettere qui sotto la foto della “Marília FIV Teatro de Naylo” (i brasiliani danno alle vacche dei nomi più sbrilluccicanti delle loro ballerine alle sfilate del Carnevale di Rio), che, come dice in spagnolo il sito https://www.ganaderosvip.com/post/la-poderosa-raza-girolando-su-historia-caracter:

La vaca Girolando más productiva de la historia. ¿Sabías que una vaca Girolando rompió récords mundiales?… Marília FIV Teatro de Naylo, el 3 de agosto de 2019, durante el 34º Torneo de Arenas de Leche, logró producir más de 127 kg de leche en un solo día. ¡Impresionante, verdad? Es un ejemplo del potencial que esta raza tiene cuando se combina genética de calidad con un manejo excepcional.

Una trascrizione che non penso abbia bisogno di traduzione!

Figura 1- Ecco Marília FIV Teatro de Naylo….e confesso che la statura, le forme, l’evidente potenza espressiva e produttiva di questa vacca mi emozionano.

Ora, che qualcosa di significativo si stesse muovendo in paesi di cui ignoriamo completamente professionalità, efficienza gestionale e performance economiche, se n’era accorta anche la stampa nazionale, visto che lo scorso anno è comparsa su diversi giornali la notizia che qui riprendo dal Fatto Quotidiano in un articolo dell’11 giugno 2024:

Ha vinto il titolo di Miss Sud America al concorso “Campione del mondo”, in Texas. Stiamo parlando di Viatina-19 FIV Mara Imóveis, una mucca che vale ben 4 milioni di dollari. No, non perché è bella. O almeno non solo. Il bovino si trova ora in Brasile ed è sorvegliato h24 da telecamere e da una guardia armata. Non manca un veterinario, sia mai che la mucca appena venduta all’asta per questa cifra da Guinness World Record30 dovesse avere un piccolo problema. Viatina-19 è robusta e lo diventa sempre di più, acquisendo velocemente massa muscolare. Questa caratteristica la trasmette anche alla prole e dunque anche i suoi ovociti valgono molto (250.000 dollari). Di Viatina-19 si apprezzano anche la postura, la solidità dello zoccolo, la docilità, l’abilità materna e, appunto, la bellezza. “Non macelliamo bestiame d’élite. Li stiamo allevando. E alla fine di tutto questo, nutriremo il mondo intero” ha spiegato Ney Pereira, proprietario dell’allevamento dove si trova la mucca31 “d’oro”. Molti sono i visitatori, curiosi o studenti di veterinaria, che vanno a osservare questo splendido esemplare.

Figura 2 – Viatina-19 FIV Mara Imóveis è una vacca di razza Nelore (una razza zebuina) che proviene dallo stato dell’Andhra Pradesh in India e discende dal bestiame Ongole. E ora ammettiamolo: nessuno di noi ha mai sentito parlare di queste razze il che vuol dire che saremo pure allevatori di vacche da latte, ma nella realtà siamo delle capre, perché il Mondo è grande e molto più vasto del nostro cortile di casa!

Riporto questa notizia solo per dire che sbaglieremmo a sottovalutare il potenziale dirompente che a me pare intrinseco nella razza Girolando, sia per quanto riguarda gli allevamenti “industriali”, che su quei terreni marginali dove il ruolo ecologico del pascolamento diventerà un obbligo per un paese orograficamente tanto complesso quanto il nostro32.

Tanto quanto sbaglieremmo nel ridicolizzare il bestiame zebù, la professionalità degli allevatori Peul o le tecniche di gestione degli allevatori delle Azzorre.

Uno sguardo al futuro: oltre le certezze consolidate

Perché la filosofia e gli approcci che sono dietro ai diversi modelli di gestione sono vari, diversificati e di sicuro così ben ragionati da non permetterci di pensare che il nostro sia l’unico e/o il migliore sistema per allevare vacche da latte.

E personalmente ho come la certezza che dietro la sigla BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), ci sia molto di più di quello che immaginiamo, e che forse è arrivato il momento di cominciare a guardare con interesse e modestia anche a quello che dei bravi allevatori stanno facendo in altre parti del mondo.

Solo per chiarire il modello perseguito dagli allevatori brasiliani, riporto di seguito lo schema che facilmente si può applicare da altre parti e con altre razze.

Figura 3 - Questo schema selettivo è preso dal sito: https://zoovetesmipasion.com/ganaderia/razas-bovina/raza-girolando che invito a visitare.

Figura 3 – Questo schema selettivo è preso dal sito: https://zoovetesmipasion.com/ganaderia/razas-bovina/raza-girolando che invito a visitare.

Per avere una più ampia idea di cosa sia la Girolando vedi:

www.youtube.com/watch?v=toa8ZWD61Do
www.girolando.com.br/girolando/sobre-a-raca
sitioagropecuario.com/girolando-ganado-lechero-tropical-por-excelencia/
agron.com.br/noticias/animais-e-criacoes/raca-girolando-historia-caracteristicas-variacoes/
revistageneticabovina.com/mejoramiento-genetico/girolando/

Per le tematiche che percorrono, scuotendolo, il mondo zootecnico dei paesi occidentali ho chiesto invece a ChatGPT di selezionarmi una sitologia. Questo è quindi il risultato estrapolato dai siti italiani  che inizia dicendo: questo contributo vuole stimolare il dibattito su approcci innovativi all’allevamento, la sostenibilità delle filiere e il ruolo delle razze composite per il futuro della produzione lattiero-casearia globale, nel rispetto dell’ambiente e della dignità animale.​

Mi diverte pensare che l’A.I. fa onore al lavoro di stimolo e di approfondimento che in questi anni ha svolto Alessandro e i suoi collaboratori/trici con la sua Ruminantia! Per questo non possiamo che affermare: grazie Alessandro!

Note

1. Parlerò della Girolando dettagliatamente più avanti.
2. Questi dati sono stati raccolti grazie a ChatGPT, quindi se ci dovessero esser errori sarebbe giusto prendersela con l’A.I. e non con me!
3. La base produttiva della produzione di latte brasiliana è l’allevamento al pascolo, ma la cosa interessante è lo sviluppo progressivo di un modello di stabulazione libera che si basa sul “pascolo razionale rigenerativo” che consente di aumentare significativamente il numero di capi ad ettaro (qualcuno dice che da 1 si arrivava a sostenere 5 capi a ettaro) e su cui si può leggere un breve sunto su: https://agronotizie.imagelinenetwork.com/zootecnia/2025/04/10/quando-anche-il-pascolo-e-rigenerativo/87133, come pure su: https://www.bioecogeo.com/quando-il-pascolamento-rigenera-lallevamento-che-fa-bene-al-suolo
4. L’isola Ferdinandea (https://it.wikipedia.org/wiki/Isola_Ferdinandea) è oggi una secca nel canale di Sicilia, tra Sciacca e Pantelleria, soggetta a occasionali ma intensi fenomeni di emersione; cosa apparentemente insignificante se non fosse per il fatto nella sua ipotetica e futura emersione l’isola sarà contesa tra Italia, Malta e Gran Bretagna. Questo perché, legato all’isola, c’è il controllo della Zona Economica Esclusiva, con i conseguenti diritti esclusivi su pesca, risorse energetiche, protezione ambientale e ricerca scientifica, secondo quanto previsto dalla Convenzione ONU sul Diritto del Mare (UNCLOS).
5. Dalla tenuta delle Fenilette a Castelleone vicino Crema alla Bonifica di Torre in Pietra e poi alla Torre in Pietra Carandini, ho alle spalle diverse generazioni famigliari che quando si mettono a tavola parlano di grano e di vacche.
6. Sunnyside Complete era figlio di Round Oak Rag Apple Elevation (che così viene raccontato in internet: Il toro che ha cambiato tutto. Nato da un accoppiamento improbabile, Elevation ha rivoluzionato l’allevamento mondiale di bovini da latte grazie a una genetica così potente che ancora 60 anni dopo domina le mandrie), con una madre figlia di Sunnyside Standout; un mix abbastanza insolito visto che allora era d’uso fecondare con Elevation vacche che venivano dalla linea di Pawnee Farm Arlinda Chief, che a suo volta così viene descritto dall’A.I.: nato il 9 maggio 1962 alla Pawnee Farm, è uno dei tori Holstein più influenti della storia, contribuendo per quasi il 15% al genoma della razza. Solo il vecchio Airoldi mi fece una volta i complimenti per quella scelta decisamente azzardata.
7. Ho sempre considerato i Peul Bororo tra i migliori allevatori del mondo: nella realtà ambientale, sociale e politica in cui operano hanno sviluppato delle tecniche di gestione che ritengo sorprendenti per l’analitica attenzione ai temi ambientali ed etologici.
8. Viaggio pagato da un ufficio interno alla FAO per il quale ho prodotto un paper poi pubblicato su una rivista. Di quel viaggio potrei raccontare egli aneddoti molto divertenti.
9. Ho sempre pensato che la vita produttiva di una vacca deve avvicinarsi il più possibile alla sua normale aspettativa di vita; quindi, ritengo che per essere redditizia una vacca deve vivere circa 10 anni e fare tra i 7 e gli 8 parti. Non esiste al mondo nessun comparto economico in grado di ammortizzare il costo di un bene – e le manze sono un bene che costa anche caro – con due o tre cicli produttivi, e sfido chiunque a sostenere il contrario.
10. Ora, il “Professore” (per essere stato docente di Storia delle Dottrine Economiche) è ovviamente Guido Carandini (grande allevatore e per anni vicepresidente dell’ANAFI), con cui ho avuto il piacere e l’onore di lavorare per quasi trent’anni.
11. L’ovvio riferimento è al progressivo uso dei succedanei nel piatto alimentare, aspetto direttamente collegato all’uso dell’unifeed e alla progressiva introduzione di input tecnologici sempre più evoluti negli allevamenti
12. Sappiamo tutti che quegli investimenti sono spesso coperti da Mutui agrari, ma la bassa inflazione di questi anni ha reso l’incidenza di quei mutui un gravame non piccolo sulla redditività degli allevamenti.
13. L’ovvio riferimento è alla Frisona, alla Bruna, ma anche alla Jersey.
14. Da agronomo considero l’abbandono della produzione di letame maturo uno degli errori più madornali che gli allevatori stanno comminando ai loro terreni. Senza il letame vaccino – apportato per mille e più anni sulle terre della Lombardia – quella regione non sarebbe una delle aree più ricche del mondo, non solo economicamente ma anche in rapporto alla quantità d’humus del terreno, tanto da far pensare che i due dati marcino parallelamente. Per avere una idea a cosa io mi riferisca vedi: Progetto HuMUS – Healthy Municipal Soils, un programma HORIZON EUROPE 2021 – 2027
15. Esemplare in questi anni è quello che sta succedendo in Olanda, dove i governi – sotto la pressione dell’opinione pubblica preoccupata delle prospettive ambientali di quel paese per la maggior parte “artificiale” – puntano alla riduzione degli animali allevati che costantemente drenano acqua di falda, mentre il mondo agricolo – invece di farsi pagare profumatamente – si oppone con una ostinata resistenza. Come finirà? Facile prevederlo! Tra pochi anni i finanziamenti che quello Stato benestante può oggi mettere a disposizione degli allevatori saranno indirizzati verso opere strutturali per fermare la subsidenza dei terreni, questo mentre l’innalzamento del livello marino, mette sempre più in pericolo il complicato sistema delle dighe.
16. C’è una costante diminuzione del consumo di latte fresco, speso sostituito proprio da latti vegetali, per non parlare di quello che potrebbe succedere con l’introduzione di latte artificiale (su modello della carne) per ora lontano a venire, ma che non si può né deve escludere.
17. Appare evidente che siamo di fronte a un cambio di paradigma: dopo aver per anni adattato le vacche agli ambienti tecnologici che gli uomini hanno creato per potenziare la loro produttività, ora stiamo tornando a razze che naturalmente si adattano alle condizioni ambientali, perché auto selezionatesi esattamente in quegli ambienti, grazie anche al lavoro di generazioni di allevatori locali.
18. L’Italia vanta una significativa primogenitura in questo ambito, basti pensare a cosa significano i Presidi di Slowfood. Chi non conoscesse i “Presidi” può visionare il sito: https://www.fondazioneslowfood.com/it/cosa-facciamo/i-presidi/
19. Tra i tanti cito solo ad esempio la CIWF Italia, acronimo di Compassion in World Farming. (Vedi sito: https://www.ciwf.it/), capace già di suo di far venire l’ulcera alla quasi totalità degli allevatori. Ma quello che succede nel mondo dei consumatori è comunque un problema reale per ogni produttore.
20. La tenuta ha beneficiato non poco degli exploit produttivi e morfologici assicurati dal toro Sunnyside Complete.
21. Io sono nato a Torrimpietra dove tutta la mia famiglia ha lavorato per tre generazioni.
22. Conservo ancora un volume stampato che illustra la bonifica e i metodi selettivi applicati sulla razza Bruna (accompagnati da foto) perseguiti dalla tenuta delle Fenilette – azienda allora di proprietà dei marchesi San Severino – e il suo rapporto di collaborazione costante con l’Istituto Sperimentale di Zootecnia di Porcellasco incentrato sulla figura del professor Vito De Carolis, grande amico di mio bisnonno. Alcuni anni fa ho potuto visitare quella tenuta dove l’allevamento di vacche è ormai dismesso da anni, ma dov’è ancora in piedi una coppia di silos cremaschi che portano scritto Benelli 1914 (ma non ricordo bene l’anno), cosa che mi fa ritenere che quelli siano tra i primi silos costruiti dal professor Samarani. Per maggior informazioni sui silos cremaschi vedi: https://www.silosamarani.it/
23. Il Professore – per aver lui insegnato Storia delle Dottrine Economiche – è l’appellativo con cui io ho sempre chiamato Guido Carandini https://www.repubblica.it/robinson/2019/09/29/news/addio_a_guido_carandini_l_intellettuale_che_amava_la_terra_e_il_pci
24. Ho ancora netto il ricordo di quando – da responsabile di uno dei più famosi allevamenti di Frisone italiane – telefonai alla segreteria dell’associazione nazionale della razza Bruna-alpina lasciando sorpresi i miei interlocutori. Scopro ora con piacere che quell’associazione si è scissa in due: quella che segue i dettami suggeriti dal modello di allevamento industriale e quella ella Bruna Alpina Originale che persegue il “mantenimento, la salvaguardia e valorizzazione della razza”, puntando al “ripopolamento delle montagne con la razza autoctona e ricostituendo un libro genealogico proprio”. Non c’è altro da dire, perché quella appena scritto racconta molte cose su dove i settori più percettivi dell’allevamento italiano stanno indirizzando il proprio modello! Che – e qui riprendo le parole del sito https://brunaalpinaoriginale.it/ – “rappresenta per l’agricoltura di montagna una possibilità concreta e sostenibile. In un futuro agricolo montano che riparte oggi dalla tradizione”!
25. In quel momento l’azienda Torre in Pietra Carandini aveva un indice genetico medio tra i più alti d’Italia allora perché cambiare? Per prima cosa perché chi si interessa di selezione deve anticipare i tempi per lo meno di dieci anni e io avevo la percezione che proseguendo sulla strada che la frisona aveva intrapreso – a cui io non mi ero mai ossequiosamente adeguato – stavamo progressivamente scivolando in un cul de sac dal quale sarebbe diventato difficile uscire. E poi perché da qualche anno avevamo capito che alle vacche gli si fa fare il latte che noi vogliamo essenzialmente attraverso il management, così da rendere quasi obsoleta l’idea di selezionare principalmente per produttività; visto che il combinato di pressione selettiva e alimentare stava pesando sempre di più sugli altri aspetti funzionali di una animale come  fertilità, resistenza endocrina, longevità, etc. etc. . L’idea di cercare un mix genetico era allora una prospettiva che mi sembrava interessante sperimentare! Tanto quanto allontanarmi mentalmente da questa idea meccanicistica importata dagli anni Settanta dagli Usa, che considera l’animale come una mera – e desensibilizzata parte – di un processo produttivo!
26. Molti parlano di “benessere” animale, ma il benessere – che logicamene è un presupposto – è una condizione fine a se stessa, a me invece interessano gli aspetti etologici da applicare all’interno di una mandria, che – come ho appena scritto -sono intrinsecamente legati a quelli economici.
27. Che si appartenga alla vasta schiera di quelli “tanto i cambiamenti ci sono sempre stati” o a quelli che incolpano noi umani dall’averci condotto all’era dell’Antropocene, appare evidente che stiamo andando verso una “tropicalizzazione” del nostro clima: avocado e mango in Sicilia ed estati modello Copacabana nelle pianure venete ne sono esempio lampante.
28. Sulla razza Gir vedi il sito: https://it.knowledgr.com/02066295/Gyr(bestiame).
29. La Girolando è una razza di bestiame da latte creato in Brasile incrociando il bestiame di Gir, una razza di Bos indicus, resistente a temperature calde e malattie tropicali, con vacche di Holstein. Approssimativamente oggi l’80% della produzione di latte in Brasile è prodotto da vacche di Girolando. Un Girolando è Gir 3/8 e Holstein 5/8.
30. Questi record fanno un po’ ridere e si prestano ad essere confutati. Se non ricordo male verso la fine degli anni Ottanta del secolo scorso Giorgio Rossetti pagò un sesto di una vacca pagandolo un miliardo di lire di allora. Ma tutti sappiamo che quando c’è il periodo delle vacche grasse i prezzi degli animali diventano ballerini (proprio come nelle sfilate del carnevale brasiliano) perché il mercato alimenta speculazioni spesso assurde. Non devo qui ricordare la “Bolla dei tulipani” che mandò in rovina mezza economia olandese alla metà del Seicento. Sull’argomento vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Bolla_dei_tulipani
31. Il termine “mucca” è tipicamente usato da chi il bestiame lo vede in cartolina, noi zootecnici o allevatori parliamo di vacche, non di mucche!
32. Ho sempre pensato che gli allevatori che attuano il pascolamento (specie montano) dovrebbero ricevere dei benefit per il lavoro di consolidamento e di prevenzione svolto dalle loro mandrie. Quelli sì che sarebbero soldi ben spesi, invece di finanziare quei deleteri (per i terreni) impianti di biogas. Ma la logica industrialista applicata all’agricoltura è dura a morire, perché coinvolge interessi che vanno ben al di là, del ruolo degli allevatori!
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